Alecani's Blog

Diario di un fotografo

A… come Alternos

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alec

Ci sono momenti che un fotografo aspetta da una vita, traguardi importanti per i quali si lavora sodo e si cerca di migliorare costantemente. All’inizio si tratta solo di sogni, e nei sogni tutto è lecito: dalla prima foto pubblicata nel quotidiano locale ai grandi riconoscimenti internazionali. Spesso ci si accontenta di poco, trovando infine la propria dimensione, sia professionale che amatoriale. A volte i piccoli traguardi fanno venir fame e si comincia a sognare in grande. Quando poi il traguardo in questione riguarda un progetto a lungo termine, per il quale si spendono energie e risorse, la soddisfazione è particolare.

Lo scorso ottobre ricevetti una chiamata da Paolo Matta, giornalista di Videolina, per un progetto editoriale sul culto efisiano. Gli capitò di vedere alcune mie foto su Sant’Efisio e le trovò particolarmente interessanti. Paolo mi raccontò la sua idea: un libro che raccontasse il culto del Santo utilizzando, in ordine alfabetico, una serie di parole chiave, a cominciare appunto da Alternos. Il progetto voleva essere una sorta di vademecum, per adulti ma anche per ragazzi in età scolare. Proprio per la sua funzione divulgativa accettai immediatamente, nonostante avessi già una mia idea di pubblicazione. E poi, come mi disse Salvatore Ligios qualche tempo fa, i progetti vanno chiusi. Quale occasione migliore quindi? Ovviamente il progetto continua, tant’è vero che anche quest’anno ho seguito il Santo durante il suo viaggio a Nora e ritorno.

Credo sia opportuno, a questo punto, fare una premessa che spieghi nel dettaglio come ho affrontato, sino a questo punto, il progetto Sant’Efisio. Avendo scelto la mia città come luogo deputato per la mia caccia fotografica, e essendomi trasformato in un documentatore compulsivo sin dai primi scatti, non potevo esimermi dal documentare il principale evento cagliaritano e sardo. Le prime volte fotografai l’evento da semplice spettatore, in maniera molto superficiale, scimmiottando gli altri fotografi. Ero attirato dai colori, dalla ricchezza degli abiti tradizionali, dalla maestosità della processione. Avevo uno sguardo da turista per caso, da cacciatore di cartoline.

Col tempo cercai di approfondire il tema, compiendo una ricerca iconografica sulle pubblicazioni dei fotografi che già avevano prodotto lavori simili (Giancarlo Deidda, Attilio Della Maria, Mario Lastretti, Mario Rosas), e documentandomi sulle opere delle grandi firme storiche della città: Francesco Alziator, Antonio Romagnino, Nicola Valle e tanti altri. Prezioso fu anche il lavoro di ricerca degli articoli sul Santo nell’archivio digitale de L’Unione Sarda, sino a qualche anno fa disponibile gratuitamente online. In questo modo il mio sguardo oltrepassò ben presto l’aspetto esteriore e si allargò agli altri momenti altrettanto fondanti del culto efisiano.

Dal punto di vista fotografico il rischio di incorrere nel “già visto” è alto. Un altro rischio è il pretendere di voler raccontare tutto attraverso le immagini, cosa praticamente impossibile per un tema così vasto. Col tempo ho capito che taglio avrei dovuto dare al progetto. Decisi infatti di voler raccontare il mio punto di vista entrando letteralmente dentro l’azione, avvicinandomi ai protagonisti sino a quasi farmi travolgere, un po’ alla Robert Capa, sicuramente affrontando i momenti clou come un fotografo di guerra “embedded”, alternando scatti di grande impatto estetico a immagini più di pancia, dove la composizione poco ortodossa e l’errore tecnico sono funzionali a descrivere il phatos di particolari momenti della vita del popolo efisiano.

Per entrare così dentro la storia dovevo necessariamente stare a stretto contatto con le persone grazie alle quali il culto del Santo è arrivato intatto sino ai giorni nostri, e senza le quali Sant’Efisio sarebbe solo un nome oscuro e strampalato nel calendario, ovvero l’Arciconfraternita, dal Primo Guardiano all’ultimo dei novizi, e i fedeli che lo pregano e lo seguono affidandosi a Lui.

Tre anni fa sono riuscito ad aprire un contatto con alcuni confratelli con i quali avevo delle conoscenze comuni. Questo rapporto col tempo è diventato sempre più privilegiato, poiché basato sul reciproco rispetto dei ruoli e soprattutto sull’importanza attribuita alla documentazione e divulgazione degli aspetti meno noti ma altrettanto affascinanti, sicuramente più umani e, per questo, più universali dell’aspetto festaiolo e degli elementi folckoristici (folklore da intendersi nella sua accezione originaria, positiva, di corpus immateriale di tradizioni, usi e costumi di un popolo e delle sue manifestazioni).

Paolo mi mandò la lista delle parole chiave e alcune bozze di impaginazione. Io mi rimboccai le maniche e ripresi l’archivio fotografico di sei, sette anni di feste di Sant’Efisio per una prima larga selezione di immagini. Mi mise poi in contatto con il grafico impaginatore, Daniele Pani. A lui proposi inizialmente circa trecento foto, semplici da leggere ma comunque potenti, dove gli aspetti antropologici e sociologici tipici della fotografia documentaristica si integrano perfettamente con un’estetica di forte impatto, quasi epica, confidando sul fatto che comunque i testi di Paolo avrebbero conferito al risultato finale la giusta autorevolezza senza scadere nella retorica.

Agli inizi di marzo mi arrivarono le bozze di alcune pagine. A quel punto preparai le alte risoluzioni per il layout finale. Nelle settimane seguenti Daniele mi chiese un’ulteriore selezione di immagini per la copertina che dovesse essere rappresentativa dello spirito dell’opera. Fu scelta un’immagine del simulacro ripresa di tre quarti, scattata in condizioni di luce quasi caravaggesca, giusto per non risultare troppo didascalica.

Ricevetti il PDF della bozza definitiva il 13 aprile, sul filo del rasoio per i tempi di stampa, il libro infatti doveva uscire assolutamente prima del Calendimaggio. L’opera che parla tanto di Stampace è anch’essa stampacina, o meglio lo sono la casa editrice e la tipografia, il Centro Studi Stampace “Andrea Devoto” dei fratelli Andrea e Carlo Loddo, con sede in Via Sant’Efisio, nel palazzo di fianco all’ingresso delle catacombe di Santa Restituta. Proprio dove uno spezzonamento, nel febbraio del ’43, colpì la folla che cercava di entrare nel rifugio, compiendo una vera e propria strage. Ora in quello spazio, la mattina del Primo maggio, il giogo dei buoi viene addobbato a festa.

La prima tiratura è uscita giusto in tempo per la presentazione del libro, svoltasi la sera del 29 aprile, nella scenografia perfetta della Piazzetta Sant’Efisio. Per l’occasione l’autore ha convocato un presentatore d’eccezione, Ottavio Nieddu, direttore artistico delle tappe cagliaritane della festa, Antonio Salis, confratello onorario, studioso, storico dell’Arciconfraternita e Francesco Abate, giornalista scrittore devoto al Santo. Tra il pubblico tanti confratelli e stampacini doc.

A… come Alternos fotografa diligentemente l’estetica del culto efisiano dei nostri giorni. Rimarrà un documento prezioso per le generazioni future, così come lo sono diventati i precedenti lavori. Il libro è veramente esaustivo, vengono descritti con dovizia di particolari tutti i momenti, i protagonisti e i luoghi del culto. Testo, immagini e elementi grafici s’integrano alla perfezione, con una composizione moderna e dinamica. Grande importanza è data all’aspetto umano e religioso: i voti fatti da singole persone e intere comunità, i preparativi che queste attuano ogni anno per quella che è la manifestazione religiosa più importante della Sardegna, senza eguali in Europa, tanto da essere candidata ad entrare a far parte della lista del patrimonio immateriale dell’UNESCO.

Per quanto mi riguarda, continuerò a ricercare le immagini giuste per raccontare il mio personale Sant’Efisio attraverso le storie di chi lo rende vivo, oggi più che mai. Questi ultimi due anni ho seguito il cocchio come un devoto, condividendo momenti di gioia, fatica e scazzo con chi si sacrifica perché tutto ciò possa realizzarsi. Ho cercato quelle sensazioni nei volti, nei gesti, nei momenti più intimi. “Si entra in Arciconfraternita per una grande gioia o per un grande dolore”, mi ha confidato uno dei confratelli. Di sicuro chi si affida a Efisio non è mai solo, e non parlo unicamente dei quattro giorni di pellegrinaggio in cui si cammina, si scherza, si prega, si canta, si suda, si sta in silenzio. Efisio, Fisio, Efis, Fisieddu, Fisinu, è uno di famiglia. È il figlio mai nato o premorto al genitore, è il fratello maggiore cui chiedere protezione o il fratello minore da coccolare, è l’amico intimo cui rivelare i segreti più nascosti, è il portatore della croce cui affidare i pesi più gravosi e, perché no, da insultare quando non ci sono altri capri espiatori.

Questa sarà la chiave per il libro che ho in mente. Mi manca poco, lo sento. E glielo devo. A Sant’Efis Martiri Gloriosu, a tutti i confratelli, alla mia città. Attrus annus.

 ©Alessandro Cani 2015

Written by alecani

2015/05/16 at 10:42

STORIA DELLA STREET PHOTOGRAPHY DAI PRIMORDI A OGGI

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©Alecani 2014

©Alecani 2014

La Street Photography è un genere fotografico che ha per soggetto le relazioni sociali (o le tracce di queste) nelle strade, nei luoghi pubblici adiacenti a queste (uffici, attività commerciali) e sui mezzi di trasporto. I canoni del genere sono ampiamente codificati nella storia della Fotografia e molti grandi fotografi ne hanno fatto la loro specialità. La categorizzazione riguarda unicamente la rappresentazione del tipo di ambiente, gli oggetti e i soggetti che lo popolano, non le finalità o particolari tecniche di scatto né tantomeno particolari estetiche, sebbene in determinati periodi ci siano stati elementi predominanti in tal senso.

Nei primi anni del Novecento il fotografo di strada era l’ambulante che si piazzava in Times Square o Piccadilly Cyrcus e scattava foto ai passanti dietro compenso (una sorta di cabina per fototessere ante litteram). La definizione di Street Photography è cambiata più volte nel corso della storia della Fotografia. Nasce infatti come sottogenere della Fotografia Documentaria, al pari del Fotogiornalismo e del Reportage, (e spesso vi confluisce) ma a differenza di questi non necessariamente i singoli scatti devono contenere un fatto di cronaca o una disamina di tipo sociale, potendo poggiarsi in parte o unicamente sull’espressione artistica o sull’emotività dei contenuti, pur mantenendo comunque un grado di figuratività molto alto.

La strada diventa tòpos fotografico sin dagli esordi della storia del mezzo. Una delle vedute di strada più famose, Boulevard du Temple, scattata da Jacques Daguerre nel 1838, mostra la prima rappresentazione di figura umana. La lentezza dei primi supporti impressionabili e delle prime ottiche non permetteva di registrare soggetti in movimento; in quel caso il dagherrotipo di Daguerre registrò un uomo fermo davanti al banchetto di un lustrascarpe. Pochi anni dopo, sempre a Parigi, Charles Nègre, pittore fotografo, produsse scatti che ancora oggi appaiono schietti e spontanei, nonostante i suoi soggetti fossero posati ad arte per simulare l’istantanea che ancora la tecnologia del tempo non poteva permettere.

Nella seconda metà dell’Ottocento la strada divenne soggetto delle opere degli impressionisti, che introdussero nelle loro composizioni i nuovi elementi della modernità caratterizzanti il paesaggio urbano. Già la pittura romantica aveva sdoganato la rappresentazione di scene di vita ordinaria, come il lavoro nei campi. Pittori come Manet e Caillebotte dipinsero ‘en plein air’ scene di strada molto simili a degli snapshot. L’immediatezza del mezzo fotografico costringeva a un’impostazione meno progettuale e spesso le composizioni urbane più riuscite contenevano elementi fuori dall’ordinario: espressioni particolarmente intense, soggetti molto (o per nulla) fotogenici, situazioni connotate da una forte carica emotiva, sia drammatiche che comiche, o anche forti contrasti tra due o più di questi elementi.

Con i progressi tecnologici i tempi di scatto diminuirono notevolmente. Negli anni Settanta dell’Ottocento si sviluppò la cosiddetta Concerned Photography, fotografia impegnata nel sociale, a servizio delle amministrazioni pubbliche (per documentare gli interventi in questo campo) o della stampa privata, per denunciare situazioni problematiche. Nel primo caso Thomas Annan fotografò, nel 1868, i vicoli di Glasgow in vista della demolizione delle strutture fatiscenti in cui la classe operaia viveva, per conto della società che doveva assicurare i lavori. Nel secondo caso, nel 1877, John Thomson raccontò la vita nelle strade di Londra raccogliendo in un libro gli scatti raffiguranti lavoratori, passanti e mendicanti. Anche in questo caso si trattò di foto posate. Già nel 1887 Jakob Riis fotografò le strade e i sottani di New York con l’ausilio del flash al magnesio.

Negli anni Ottanta dell’Ottocento uscirono sul mercato le prime fotocamere portatili. La Anschutz, prima fotocamera a vocazione reportagistica, permetteva, grazie al nuovo otturatore a tendina e in condizioni di luce ideali, tempi di scatto intorno al millesimo di secondo. L’inglese Paul Martin fu il primo a scattare gli snapshot (istantanee), scatti presi al volo per documentare l’azione senza mettere in posa i soggetti. Nacque così anche il genere della Candid Photography, in cui si producevano istantanee aventi per soggetto persone ignare di essere riprese.

Il Fotogiornalismo moderno nacque con la Graflex camera. Lewis Hine, un altro reporter socialmente impegnato nella New York dei primi del Novecento, la utilizzò per ritrarre i lavoratori e gli immigrati. Dotata di un sistema di mirino a pozzetto (precursore delle successive Rolleiflex e Hasselblad), conferiva ai soggetti ravvicinati che venivano inquadrati dal basso verso l’alto un aspetto quasi eroico. I ritratti di strada di Hine erano contestualizzati: c’era sempre un rapporto evidente e significativo tra il soggetto e l’ambiente.

George Eastman produsse le prime pellicole in rullo e pochi anni più tardi lanciò sul mercato la Kodak Brownie. La prima camera ‘point and shoot’ (punta e scatta) poteva essere usata anche da un bambino, e fu proprio un bambino di otto anni, Henri Lartigue, che avendola ricevuta in dono, documentò la vita della sua famiglia, nel privato delle mura domestiche ma anche nel pubblico, inaugurando così la cosiddetta Fotografia Vernacolare. Il suo lavoro fu scoperto negli anni Settanta dal curatore del MOMA John Szarkowski.

Il fotografo parigino Eugene Atget fotografò gli scorci urbani di Parigi per circa trent’anni, a cavallo del 1900. Nelle sue inquadrature, di tipo prevalentemente architettonico, raramente incluse le persone, ma con la sua opera gettò le basi per tutti gli street photographers di lì a venire. Atget mantenne un approccio molto rigido (usava un pesante banco ottico, già vetusto per i suoi tempi) e classificò i suoi scatti secondo tipologie ben precise. Sebbene questi fossero tecnicamente delle nature morte, l’assenza-presenza dell’uomo è ancora oggi percepibilissima.

Nello stesso periodo (e sino agli anni Venti del Novecento) il fenomeno del Pittorialismo imperò tra i fotografi con smanie artistiche. La strada e lo scorcio urbano erano tra i soggetti preferiti dai pittorialisti che trattavano le loro composizioni con sfocature, mossi, interventi in punta di carboncino e gessetti in fase di stampa. Alfred Stieglitz, promotore della Photo-Secession, pose fine al movimento e gettò le basi, assieme ad altri fotografi come Paul Strand e Edward Steichen, per l’avvento della Straight Photography. Questa fu presto esportata nella vecchia Europa, anche grazie alle avanguardie artistiche della Nuova Oggettività. L’americano Walker Evans fu il massimo esponente del genere, caratterizzato dall’esaltazione della nitidezza e della verosimiglianza. L’approccio era decisamente documentaristico, con inquadrature pulite, frontali e ricche di dettagli. La composizione rispettava un equilibrio pittorico quasi accademico, come lo stesso Evans ammise. La Street americana manterrà sempre nel suo DNA, rispetto a quella europea, un taglio più distaccato e anche più cinico.

Surrealisti e altre avanguardie esplorarono la Street Photography, cogliendo tutte le possibilità offerte dalle inquadrature (dall’alto o dal basso), dalla tecnica (mosso, sfocatura, esposizioni multiple) o dagli stessi elementi d’arredo urbano (cartelloni, riflessi nelle vetrine) o semplicemente sfruttando gli elementi più comuni secondo le loro valenze simboliche e semi-simboliche, attraverso una composizione funzionale a queste nuove significazioni, spesso ricalcante l’azione dell’artista che compone un collage. Andre Kertesz, negli anni Venti, sperimentò tutte le possibilità offerte dal nuovo formato e introdusse l’utilizzo del teleobiettivo, sfruttando lo schiacciamento bidimensionale caratteristico di questa lente per produrre un nuovo tipo di immagini con una prospettiva mai vista prima.

Il cinema Noir sfrutterà appieno questo tipo di distorsioni per drammatizzare atmosfere già di per sé molto forti e contrastate. La strada era lo scenario perfetto, soprattutto nelle ore notturne in cui l’illegalità prendeva il sopravvento. I quotidiani, affamati di storie torbide, sguinzagliarono reporter di ‘nera’ in tutti i commissariati. Arthur Weegee eccelse in questo tipo di reportage fotogiornalistico, asciutto, crudo, oscuro, intercettando le comunicazioni radio della polizia e vagando per le strade con un vero e proprio laboratorio di sviluppo nel bagagliaio della propria auto, per mandare in stampa le foto delle notizie ancora calde. In Europa Brassai raccontò le notti parigine tra prostitute di strada e locali ai limiti della legalità. Le atmosfere sono noir ma mantengono un’umanità quasi poetica.

Le camere ‘point and shoot’ tascabili come la Leica, robuste, veloci e soprattutto discrete, permisero a una nuova generazione di fotografi di comporre immagini in piena libertà, e la strada era più di altri luoghi ricca di oggetti, fissi e mobili, che potevano rientrare in queste composizioni.

Il giusto apporto dei due aspetti compositivi, quello figurativo-formale e quello simbolico-concettuale era (ed è tutt’ora) alla base della poetica bressoniana dell’istante decisivo: “Fotografare è riconoscere nello stesso istante e in una frazione di secondo un evento e il rigoroso assetto delle forme percepite con lo sguardo che esprimono e significano tale evento. È porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore”. Non per niente Henri Cartier Bresson ebbe una formazione pittorica e frequentò i salotti delle avanguardie surrealiste. Molte delle sue foto di strada sembrano a prima vista non avere alcuna morale da raccontare, a volte nessuna storia che non sia una banalissima scena di strada. Ebbene, il banale è un concetto relativo: ciò che lo è al momento dello scatto non lo sarà più col passar del tempo, fino a diventare una spettacolare finestra su un passato più o meno recente. Bresson non esprimeva alcun giudizio attraverso i suoi scatti street, documentava in egual modo a Parigi come a Shanghai, cercando un contatto con l’umanità in tutte le sue forme, senza preconcetti, con onestà e rispetto.

La diffusione dei tabloid, negli anni Trenta, offrì ai fotografi di strada nuovi spazi di pubblicazione. Il lettore comune amava leggere e vedere le vite dei suoi simili accanto a quelle dei politici o delle star del cinema. Articoli di costume si alternavano a seriosi reportage di guerra o di cronaca e la strada rimaneva una fonte inesauribile di scatti curiosi e di facile presa.

La documentazione della devastazione di molte città europee alla fine del conflitto ebbe largo spazio nelle riviste d’epoca. I bambini figli della guerra furono protagonisti di famosi reportage, come quello di David Chim Seymour, uno dei fondatori dell’agenzia Magnum. Questa situazione favorì la nascita di una particolare corrente, la Fotografia Umanista, i cui esponenti si specializzarono nel ritrarre soggetti e situazioni dalla carica fortemente empatica. Robert Doisneau, Willy Ronis e lo stesso Cartier-Bresson da una parte, i fotografi di Life Magazine dall’altra parte dell’oceano, come Elliott Erwitt e Helen Levitt puntarono sull’immediatezza e sull’autenticità, avvicinandosi all’estetica e ai temi del cinema Neorealista italiano. Edward Steichen, curatore del MOMA negli anni Cinquanta, raccolse il meglio della produzione in una mostra che ebbe un successo planetario. The Family of Man rappresentava le azioni quotidiane più comuni (mangiare, dormire, incontrarsi, ecc.) nelle diverse culture del mondo.

Il filo conduttore di tutte le fotografie di strada sino a quel momento prodotte era la volontà di influenzare il presente, di cambiare la società documentandone gli aspetti più evidenti per sensibilizzare l’opinione pubblica, ma sempre attraverso nessi di causalità molto evidenti: guerra e distruzione, povertà e degrado, tecnologia e progresso, baci e amore.

Alla metà degli anni cinquanta due fotografi, William Klein e Robert Frank, rivoluzionarono il linguaggio fotografico proprio attraverso la Street Photography. I loro scatti erano squilibrati, le regole compositive venivano puntualmente infrante, quelli che erano considerati errori di tecnica (mosso, sfocature, sgranature) diventavano elementi funzionali al messaggio. Non solo: per dirla con le parole di John Szarkowski, curatore della mostra New Documents, “la tecnica e l’estetica della fotografia documentaristica vengono indirizzate verso finalità più personali. Scopo dei fotografi non era più quello di contribuire a cambiare in meglio la società, ma di conoscerla”. Il fotografo non è più un costruttore di senso ma un ricercatore di senso e le immagini non danno più risposte ma interrogano chi le guarda.

New Documents raccolse le opere di tre fotografi di strada newyorkesi: Diane Arbus, Lee Friedlander e Garry Winogrand. Se si esclude una forte impostazione di derivazione documentaristica degli scatti della Arbus (posava i suoi soggetti e all’occorrenza usava il flash), si ritroveranno in molte di queste foto gli elementi introdotti da Klein e Frank. Winogrand scatta in maniera compulsiva, nella sua opera (perlopiù ancora inedita) possono individuarsi alcune tematiche ma non uno stile unico, un’estetica che lo rappresenti. Egli faceva Tough Photography. Il termine è intraducibile, una via di mezzo tra tosto, forte, duro, difficile, esigente, nudo, senza compromessi, senza secondi fini. Lo scatto è una materia prima, si fotografa il mondo “per vedere come appare il mondo quando è stato fotografato”. La sua è pura ricerca inconsapevole, la sua visualizzazione comincia dopo lo scatto, quando l’autore si ritrova a scoprire i significati nascosti in ciò che ha catturato, e che non conosce. “Non ho nulla da dire nei miei scatti. Se sono fortunato, ho qualcosa da imparare”.

Ancora oggi le immagini di Garry Winogrand, Lee Friedlander, Joel Meyerowitz, sono ‘toste’ da apprezzare, da vedere, da fare, da leggere, da comprendere. Ma, e qua sta la grandezza, sono toste anche nel senso di belle, dirette, potenti, penetranti, coinvolgenti. Ciò accade quando il fotografo è nella condizione in cui tough e beautiful diventano sinonimi e descrivono appieno la qualità di una buona foto rispetto a una semplicemente bella da vedere.

Il giapponese Daido Moriyama, attivo ancora oggi, fece un ulteriore passo avanti; la sua tecnica di scatto privilegiò sin dai primordi l’istinto, le emozioni e la soggettività dell’artista. Moriyama vaga per i sobborghi di Tokyo come un cane randagio. I suoi bianchi e neri fortemente contrastati hanno una tensione erotica molto potente, l’intera città è considerata un corpo unico che racchiude le pulsioni dei suoi abitanti. Il fotografo ci si addentra alla ricerca delle proprie, e lo fa ‘odorando’ e facendo leva su tutti e cinque i sensi.

Negli anni Cinquanta cominciò a diffondersi anche la fotografia a colori, grazie soprattutto alle pagine pubblicitarie nelle riviste. Saul Leiter, semisconosciuto fotografo americano, utilizzò il colore per documentare la strada proseguendo il discorso iniziato dagli innovatori Klein e Frank. Meyerowitz, Levitt, Moriyama e tanti altri, dopo decenni passati a scattare in bianco e nero, si sono cimentati col colore. Lo stesso Bresson si piegò al cromatismo, incalzato dai committenti dei magazine americani.

Negli anni Settanta la Street Photography riprese la sua funzione critica verso la società, ormai caratterizzata da fenomeni di massa quali il consumismo e la standardizzazione delle abitudini, già oggetto della Pop Art. L’inglese Martin Parr documentò questi aspetti, utilizzando colori saturi che richiamano proprio i manifesti pubblicitari. In questo stesso periodo William Eggleston sdoganò la fotografia a colori nelle gallerie d’arte.

Le fotografie Street diventarono (e tutt’ora lo sono) i modelli preferiti nelle opere della corrente pittorica Iperrealista. Tele di grandi dimensioni riproducono con un livello tecnico elevatissimo inquadrature fotografiche, con tutte le distorsioni delle ottiche, sospendendo ogni giudizio sul contenuto ed evidenziando il legame di causalità nuda e cruda tra soggetto, fotografia e dipinto, e mettendo in scena la pura rappresentazione di una realtà di seconda mano.

Steve McCurry, mostro sacro dei nostri tempi, ha fissato gli standard del reportage di viaggio, coniugando l’istante umanista bressoniano, la Concerned Photography e l’estetica del Sublime. Le strade lo portano lontano, la strada è incontro, relazione, scoperta, narrazione. I caratteristici colori della pellicola Kodachrome, l’autorevolezza delle pagine del National Geographic Magazine e la voglia di viaggio del grande pubblico faranno il resto.

Bruce Gilden, fotografo Magnum della New York School ancora attivo, fotografa i passanti piazzandosi d’improvviso davanti a loro, quasi spaventandoli, con tanto di flash. Il suo motto ben riassume l’estetica street: “se guardando la foto si sente l’odore della strada, allora è Street Photography”. Per la cronaca, Riis, Weegee, Walker Evans, William Klein, Diane Arbus e molti altri utilizzarono, a seconda delle esigenze, l’illuminazione artificiale. Philip Lorca DiCorcia predispone delle ‘trappole’ luminose con dei flash radiocomandati (come nella fotografia naturalistica) per illuminare e isolare gli ignari passanti e sottolineare così le micro-relazioni che si creano tra essi quando si sfiorano lungo i marciapiedi.

Con la rivoluzione digitale e il conseguente avvento di devices di vario tipo capaci di produrre immagini, si compie l’ultimo passo della grande storia della mezzo. Nel XXI secolo per Fotografia si deve intendere anche quella massa empirica di immagini online che costituisce l’insieme dei dati visivi attraverso i quali forgiamo il linguaggio sociale dei nostri tempi. Per le strade è un continuo inquadrare, inquadrarsi e pubblicare sulle piattaforme digitali una marea di foto immediatamente fruibili da moltissime persone. L’atto dell’autore non si limita al click, ma si estende sino alla pubblicazione in un contesto più o meno voluto. Prima dell’avvento del digitale era l’istante decisivo il metro di giudizio primario nella valutazione delle capacità di un fotografo, professionista o dilettante che fosse. Ora questo è dato dalla conoscenza dei meccanismi di diffusione delle immagini in rapporto a quelli dei vari campi: artistico, documentario, commerciale, personale.

Oggi la strada si è espansa, diventando essa stessa soggetto in quanto tale, e non solamente luogo, composto da simboli culturali attorno ai quali si muovono le persone che, una volta immortalate, sembrano recitare un canovaccio surreale. I fotografi di strada non sono più reporter, ma narratori e poeti, in cerca di contrasti, metafore e scenografie per partiture comiche o drammatiche. Per questo il genere è diventato la più semplice e comune forma d’arte spontanea.

Su Instagram, Facebook e Flickr abbiamo una produzione sterminata e inarrestabile di foto private, pubblicate e visualizzabili da chiunque, mentre negli hard disk casalinghi sono nascoste tantissime foto di vita pubblica che neanche l’autore vedrà mai. Questo in parte succedeva anche con la pellicola: buona parte dell’opera di Garry Winogrand è attualmente inedita (il fotografo newyorkese morì prematuramente, lasciando una grande quantità di pellicole ancora da sviluppare); la stessa Vivian Maier è un caso esemplare di Found Photography: bambinaia con l’hobby della fotografia di strada, non mostrò a nessuno le proprie foto in vita, la sua vasta produzione è stata portata recentemente alla luce da un ricercatore e fatta conoscere attraverso Flickr, all’epoca il maggior sito di Photo-sharing, per arrivare alle sale dei maggiori musei del mondo.

Nel campo artistico la Fotografia è nata come aspirante opera d’arte, ha portato l’arte davanti agli occhi di tutti, è entrata nei musei, prima come finestra, poi come specchio e ora vive come giustificazione per l’artista che vuole diventare egli stesso opera. Per questo è praticamente impossibile, al giorno d’oggi, fare Street Photography con pretese artistiche senza incorrere in nuovi Manierismi.

La fotografia digitale è anche il principale strumento di mappatura del quotidiano. Sfruttando la geolocalizzazione globale, le immagini urbane assemblate tridimensionalmente diventano, come nel caso di Google Street View, un duplicato del mondo, permettendo a chiunque di viaggiare o, nel nostro caso, passeggiare per le strade di tutti i continenti (e con il progetto Trusted Photographers anche all’interno dei luoghi privati), seduto comodamente davanti al proprio PC. Sono fotografie fatte dagli utenti e addirittura in automatico, ma sono anch’esse fotografie di strada. È l’attuazione de L’Artefice di Borges, in cui i cartografi dell’Imperatore producono una mappa talmente definita da diventare grande quanto l’impero stesso, perdendo ogni utilità. Le relazioni originate dalla condivisione si accorciano nel tempo e nello spazio, hanno vita brevissima e nessuna radice. La rete digitale funziona in gran parte con impulsi usa e getta, e le immagini non fanno eccezione.

Il fotografo a questo punto diventa necessariamente un selezionatore. Di immagini proprie o altrui, da ricercare prima che produrre, e da riposizionare, per creare nuove relazioni in una società che non si basa più sul possesso ma sulla condivisione (e sulla sua gestione) e il valore di un’immagine è dato dalla sua esposizione (Benjamin docet) più che dalle informazioni (leggi messaggi) in essa contenute.

I modi in cui i fotografi contemporanei esplorano in senso creativo le possibilità offerte dal supporto digitale hanno cambiato il classico flusso di lavoro: non siamo più davanti a delle stampe o a delle pagine cartacee, ma davanti a un monitor, in cui i linguaggi sono molteplici. Spesso troviamo nella stessa videata foto, filmati, grafiche, testi e sonoro. I nativi digitali attingono indifferentemente dalle estetiche del passato e dai media sopracitati, in un continuo scambio di elementi linguistici del visuale pubblicitario, televisivo, cinematografico e, non ultimo, dei videogames. La Street Photography è, come tutti i generi fotografici, il frutto di una pulsione o di un’idea, nonostante questo flusso si svolga prevalentemente sul web. L’ossatura rimane analogica, perché parte dal personale, si espande nell’ambiente pubblico sociale, crea reazioni e ritorna al personale, o meglio alle personalità di chi guarda, moltiplicando ulteriormente queste relazioni. E la Fotografia, non mi stancherò mai di ripeterlo, è una questione di relazioni.

©Alessandro Cani 2015

Written by alecani

2015/04/08 at 20:30

Donne, è arrivato l’arrotino

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Vorrei parlare di donne con cognizione di causa, ma trovandomi in difficoltà già nel conoscere me stesso, professo socraticamente la mia ignoranza e passo ad analizzare un particolare aspetto del tema: la rappresentazione iconografica sul web dell’otto marzo, giornata internazionale della Donna. Trattasi di una ricerca molto superficiale, ma in fondo le immagini altro non sono che superfici contenenti dei messaggi con pretese di leggibilità immediata, fatti di codici non dichiarati ma non per questo non conosciuti dagli addetti ai lavori.

            Le immagini che rappresentano la festa della donna nel web sono tinte di giallo. È un fenomeno tutto italiano, perché nel lontano 1946 tre donne, attiviste dell’Unione Donne d’Italia, vollero recuperare la festa interrotta a causa della guerra. Serviva un simbolo, scelsero un fiore, e in quei primi giorni di marzo fiorivano le mimose. Se la festa fosse caduta nel mese di ottobre, forse oggi si regalerebbero castagne e foglie secche.

Nelle immagini provenienti dai siti del resto del mondo i colori predominanti sono il rosa e il rosso, con composizioni floreali che riproducono cuori e il numero otto, lo stesso linguaggio visivo utilizzato per San Valentino. E siccome non c’è rosa senza spine, troviamo, tra i risultati indicizzati da Google immagini, anche mazzi di carciofi.

            Nei social network dedicati agli appassionati di fotografia le immagini sono più ricche di simbologie. Alle composizioni floreali sono spesso associati i volti delle donne, abbondano paesaggi idilliaci e scene romantiche. Non mancano le foto ricordo delle feste passate; la differenza tra le pagine italiane e il resto del mondo salta subito all’occhio: mentre orde di donne brindano in birreria come rispettabili camionisti e si scatenano sulle italiche piste da ballo fotografandosi a vicenda come se non ci fosse un domani, controllate a vista da orde di maschi single in uscita stile ‘caccia grossa’, il resto del mondo posta foto di partite di hockey su ghiaccio femminile, parchi pubblici dove operatrici sanitarie offrono consulti e visite mediche gratuite, banchetti di strada da cui le attiviste di associazioni varie offrono mazzetti di fiori e coccarde. In entrambe le modalità di ricerca geografica, in fondo alla pagina dei risultati spuntano foto di camerieri che servono ai tavoli a torso nudo, mettendo in mostra bicipiti e sorrisi a sessantaquattro denti. Il fenomeno è trasversale, ma il made in Italy è più godereccio, italian women do it better.

            La piazza virtuale di Facebook abbonda di pagine-evento reclamizzanti serate a tema in locali e discoteche. Spuntano qua e là busti di ragazzi palestrati e il volto di un noto pornodivo che, con sguardo ammiccante, invita alla trasgressione, come se la libertà di trasgredire fosse concessa al gentil sesso solo per una notte l’anno. Più che la festa della donna, sembra il trionfo di Rocco, patate con carciofi.

Nessuna traccia di volti di donne e altri elementi ricollegabili al senso della commemorazione, cioè la rivendicazione dell’emancipazione femminile e la conquista della parità di diritti tra i generi. Per ottenere immagini di questo tipo siamo costretti a forzare la ricerca aggiungendo parole-chiave mirate come storia, femminismo, diritti. Ecco apparire in foto d’archivio i volti fieri di donne consapevoli di lottare per la propria emancipazione, manifestazioni di protesta, pugni alzati, striscioni, Suffragettes battagliere contrastate a fatica da poliziotti americani sovrappeso, donne che lavorano in fabbrica. Il bianco e nero domina, spezzato da macchie di rosso delle locandine d’epoca. Il rosso rivoluzione, in questo senso, è trasversale.

Ci sono abbastanza elementi per fare alcune considerazioni. Il messaggio principale dell’iconografia relativa all’otto marzo è un messaggio di evento-festa, il significato originale passa in secondo piano. Naturalmente le pagine web riportate dalla ricerca non contengono solo immagini, spesso i testi cui queste fanno da corredo spiegano le ragioni di questa commemorazione. Alla personificazione diretta attraverso i volti delle donne si preferiscono le simbologie e gli stereotipi del “femminile”, la mimosa e altri fiori, cuori e il colore rosa. Si registra un maggior interesse verso l’aspetto ludico rispetto al messaggio politico-sociale, romanticismo e trasgressione sono rappresentati in minor misura; quest’ultima prevale nelle pagine web italiane.

Abbiamo assistito, a cominciare dal boom economico negli anni sessanta, all’evoluzione dell’immagine della donna nei media, di pari passo con l’emancipazione delle donne nella società italiana e occidentale in generale. Solo recentemente, anche grazie a campagne di sensibilizzazione e atti della Comunità Europea in materia di pari opportunità, anche l’utilizzo commerciale di queste immagini è migliorato sensibilmente, superando gli stereotipi dei classici ruoli femminili o peggio la trattazione del corpo femminile come oggetto, se non porta-oggetto, dalla donna dado-star alla donna cubo-disco. Per l’otto marzo non ci sono donne, ci sono tanti fiori e c’è l’uomo-cubo condito con olio, surrogato della porno-star per un brodo di significati che, ahimè, ancora si fatica a comprendere, alimentando stereotipi sessisti e agendo sulle leve del sesso, in maniera più o meno esplicita. 

Ha ancora senso una festa del genere? Ha senso commemorarla in questi termini goderecci? È possibile che le stesse donne si autocelebrino cercando la parità di genere nei comportamenti più animaleschi? E ancora, è possibile che le relazioni tra uomo e donna si debbano risolvere in un rapporto tra preda e predatore?  È questo il messaggio che tutti noi (uomini e donne) vogliamo trasmettere alle nuove generazioni? È accettabile rispondere a queste domande con un’alzata di spalle, tanto così è la vita? Vorrei poter affermare che queste mie siano domande retoriche, ma per farlo temo manchino due elementi: il buonsenso e la volontà di costruire una società migliore. Il re è nudo, e anche la regina indossa solo due gocce di Chanel n. 5.

Donne, l’otto marzo arriva l’arrotino, palestrato e luccicante. Preparate forbici e coltelli, serviranno per tagliare definitivamente il vestito che una società di tradizioni maschiliste vi ha cucito addosso e che molte di voi, ancora, hanno paura di dismettere.

 

                                                                                              ©Alessandro Cani 2014

 

 

             

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2014/03/09 at 04:44

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Cagliari

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Un grande quadro, un olio su tela, tre metri per due, domina l’aula consiliare del Comune di Dorgali. È un dipinto dell’artista dorgalese Pietro Mele (1914-1989), rappresentante una scena marinaresca in cui una donna, in piedi su di un molo, tiene in braccio il figlio, accanto a lei una bambina. In loro presenza due pescatori scaricano il pescato sulla banchina, due ceste di pesci e ricci di mare. Forse la donna è lì per comprare, forse è la moglie di uno dei due pescatori.

Sullo sfondo, una cittadina, è Cagliari. Si possono riconoscere, da sinistra verso destra, i due campanili di Sant’Anna, la facciata della chiesa di San Francesco da Paola, il campanile di Sant’Eulalia, la torre di San Pancrazio, gli edifici dell’Università, Palazzo Boyl, la cupola della Cattedrale. L’opera è firmata e datata 1948, sebbene il bozzetto sia precedente al 1943; lo dimostra il fatto che l’artista ha riprodotto anche gli edifici della dogana nel molo Rinascita, distrutti durante i bombardamenti alleati di quell’anno. Possiamo senza timore di smentita collocare la scena nel molo Ichnusa. Cagliari è ritratta senza ferite, la luce è quella del tardo pomeriggio, di un mese caldo (tra giugno e settembre), periodo dell’anno in cui i raggi del sole bagnano la pietra e i muri facendoli vibrare nei toni caldi, dorati e rosati. È questa la tonalità dominante, resa ancor più viva dall’accorto utilizzo dei complementari, verde e azzurro, nel mare e nelle parti in ombra.

Sul piano plastico l’intera composizione si regge su una solida struttura, data dal senso orizzontale del dipinto e da due strutture geometriche: una piramidale, costituita dai bambini, il pescatore a destra e la donna, e un cerchio in alcuni tratti quasi perfetto, che i principi della Gestalt ci portano a completare anche nella parte più alta. Lo si può individuare seguendo, da sinistra a destra, la curva che parte dal mento del pescatore, scende lungo il braccio che poggia sulla coscia, riprende nel bordo della cesta di ricci, risale nel braccio dell’altro pescatore. Al centro di questo cerchio c’è un’imbarcazione. Possiamo già individuare sul piano semi-simbolico una sorta di ‘coppa’ che regge la città, formata alla base dai suoi lavoratori e le materie prime fonti di sostentamento, e contenente il futuro, i bambini. Sul piano simbolico questo concetto è sottolineato dalla palla, simbolo del mondo, tenuta in mano dalla bambina. Il bambino in braccio alla madre guarda dritto l’osservatore. La sua è una richiesta di impegno per questo futuro. L’imbarcazione inquadrata nel cerchio è, a mio modo di vedere, un simbolo di apertura verso il mare, la via contro l’isolamento, elemento imprescindibile per lo sviluppo.

Quest’opera racchiude in sé la cagliaritanità più vera, un atto d’amore del pittore dorgalese verso la città. Ci sono le persone, il mare, il lavoro, la luce, le pietre, gli edifici, la storia, i sapori, gli odori che fanno di Cagliari una città spettacolarmente bella.

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2014/02/03 at 12:36

Notizie dal Canada e altro

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Alecani, Esther, Ricardo e PierFranco

Alecani, Esther, Ricardo e PierFranco

 

These days run away like horses over the hill“, diceva una gran bella canzone degli U2, e ben rappresenta ciò che sto vivendo in questo periodo. I giorni corrono perché a stento riescono a contenere gli eventi, gli incontri, i viaggi, le conoscenze, tutti momenti da ricordare. Tra le altre cose mi ha scritto un’amica che da qualche tempo è emigrata in Canada. Mi ha proposto di utilizzare le mie foto per una “piccola esposizione qui a Montreal”, attraverso l’associazione ‘Sardi del Quebec’. Ho preparato una larga selezione di cartoline, cercando di metterci un po’ di tutto: natura, storia, persone, lavoro, tradizioni, stando attenti a coprire un po’ tutte le zone dell’Isola; naturalmente mostre del genere risultano alla fine troppo dispersive, ma non è questo il punto. Mi è stato chiesto un breve testo di presentazione che contenesse, oltre alle solite note biografiche, anche due parole “sulla tua passione per la fotografia, sulla tua poetica”.

Io mi sono fatto una mia idea sulla fotografia. Naturalmente è impossibile sintetizzarla in poche righe, anche perché la mia visione cambia e si evolve continuamente. Ma alcuni punti fermi li ho individuati, e voglio condividerli con voi.

“Sono un ricercatore visuale, amo raccontare storie attraverso le immagini, e per perseguire il mio scopo utilizzo lo stile reportagistico, che include quasi tutti i generi fotografici: panorami, ritratti, particolari. Mi piacciono le sfide, fotografo tutto ciò che a mio giudizio merita di essere mostrato. E cerco di rendergli giustizia, nel bene e nel male. E per fare ciò intendo la fotografia come un progetto che scaturisce da un bisogno di comunicare, passa per la documentazione e si conclude con la pubblicazione e il feedback da parte di chi vedrà le mie foto.
La virtù più grande per un fotografo è la stessa per qualsiasi altra attività umana: conoscere. Ed essere sinceri, sempre, poiché la fotografia non mostra mai la realtà oggettiva ma l’idea (e quindi il punto di vista) del fotografo.
La fotografia è una questione di relazioni: tra il fotografo e il soggetto fotografato, tra i soggetti e gli oggetti nella composizione, tra la foto stampata e chi la guarda. E le relazioni sono alla base della comunicazione, dell’espressione, e della socialità. Per questo il momento dello scatto è quello che richiede un’attenzione particolare: bisogna presentarsi come persona e sparire come fotografo; solo in questo modo credo che sia possibile cogliere la spontaneità e l’essenza di una persona o di un luogo o di un momento”

Tra cinquant’anni avrò le foto di questi momenti, e le avranno anche le persone che ho incontrato in tutto questo turbinio di esperienze. La sincerità di un fotografo serve anche a questo: non mentire a se stessi.

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2013/10/12 at 18:09

Biblioteche e società.

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Immagine

Cosa sono le biblioteche? Archivi, banche di cultura, contenitori di conoscenze. In realtà sono, o meglio potrebbero essere, anche altre cose. Su questo e altri temi Michela Murgia, scrittrice, co-fondatrice di Lìberos, la rete della filiera del libro e promotrice dell’evento, si è confrontata con Antonella Agnoli, consulente bibliotecaria di altissimo livello, Sandro Ghiani, responsabile dei servizi culturali presso il Comune di Isili, Dolores Melis, direttrice della Mediateca. L’incontro si è aperto con la desolante descrizione dello stato in cui versano le biblioteche pubbliche: personale non stabilizzato, fondi inesistenti. In questo scenario disastrato si chiede alle biblioteche di essere, oltre che dei contenitori, anche dei centri di aggregazione sociale. Antonella Agnoli, la massima esperta in Italia in fatto di biblioteche, ha portato alcuni esempi di piccole isole felici in cui in biblioteca si organizzano eventi, si forniscono servizi di pubblica utilità e soprattutto convivono attività commerciali di vario genere. Proprio la Mediateca, fiore all’occhiello della città, rende bene l’idea di un connubio di tal genere. Nn meno importanti sono stati alcuni interventi del pubblico presente, come per esempio la testimonianza di Antioco Floris, docente universitario, che ha parlato di come gli studenti utilizzino le biblioteche di facoltà come sale studio, e immancabilmente gli spazi attigui si trasformano in luoghi d’incontro. Tutte queste funzioni aggiunte sono raramente supportate nel sistema bibliotecario pubblico, per i motivi testé citati. Temo, per esperienza personale, che le amministrazioni pubbliche, stante la grave situazione di crisi, tendano ad affidare ai privati e al mondo dell’associazionismo il compito di far crescere le biblioteche (ma tutta la cultura in genere che non riguardi prettamente la scuola dell’obbligo o il mondo dell’università) come centri di aggregazione e motori di relazione tra individui. Nel caso dei privati il problema è a mio modo di vedere l’incapacità imprenditoriale dei molti che antepongono il guadagno immediato a una programmazione e strategie di medio e lungo periodo. Non si fidelizza il rapporto triangolare tra questi luogo-istituzione e clienti-fruitori e ben presto i costi di gestione portano questi sprovveduti a desistere. Nel caso dell’associazionismo invece, i problemi sono riconducibili alla settorialità di questo mondo, che può garantire sì alcune figure ad hoc utili alla crescita delle attività di interrelazione, ma non può certo farsi carico di una programmazione pluriennale, che richiede delle figure professionali e non dei volontari, per quanto armati di buona volontà e di competenze. Ciò non significa che queste due figure debbano essere escluse, anzi, dovrebbe essere compito delle amministrazioni coordinare e creare gli strumenti legislativi affinché questi soggetti siano invogliati a investire al meglio il proprio tempo e denaro. Si è parlato infine di come invogliare chi non legge a frequentare le biblioteche. Elasticità nei regolamenti di utilizzo dei servizi, allargamento dei servizi offerti, coinvolgimento di professionalità diverse. Gli esempi non mancano, sia in Italia che all’estero, e la stessa Mediateca è una testimonianza di come la biblioteca possa essere un motore sociale. Conosco personalmente anziani signori che passano le mattine a sfogliare le collezioni fotografiche della città; mi siedo spesso nei sedili dell’emeroteca di fianco a casalinghe con le buste della spesa, signori in giacca e cravatta, gente di ogni tipo; mi ritrovo spesso a dare appuntamento ad amici e conoscenti nei tavolini del bar ristorante all’interno della struttura. Ho assistito a presentazioni di libri, convegni, mostre. Ho provato a raccontare le architetture della struttura attraverso le mie foto, ma soprattutto attraverso i volti felici di chi sa quanto bello sia trascorrere qualche ora in un posto così. Quasi dimenticavo, io alla Mediateca ci arrivo a piedi.

Il flickrset della MEM

 

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2013/09/26 at 12:51

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Unforgettable days

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Meet the Brooks – SASSARI

Piacere Mister Brooks, sono Alessandro Cani, il fotografo. Una stretta di mano e il canuto scrittore americano mi porta nella cantina dell’albergo per fargli alcuni scatti. Il tempo stringe, c’è da arrivare a Nulvi, io tentenno, ma alla fine scendo con lui nella graziosa cantina dell’albergo Vittorio Emanuele di Sassari. Smonto il grandangolo, le luci sono calde e soffuse, posiziono Terry di fianco a una colonna e comincio a scattare. Gli giro intorno, nel mentre cerco di chiacchierare con lui col mio inglese arrugginito. C’è una vecchia fotografia appesa a quella colonna, il ritratto di un baffuto signore, una stampa dei primi del novecento. E’ fatta. Terry al centro sorridente, la vecchia foto a sinistra, sulla destra lo sfondo leggibile della cantina. E’ cominciata così la mia avventura con i Brooks. Terry, autore della saga di Shannara, sua moglie Judine, Elisa Martini, press agent della Mondadori nonché accompagnatrice ufficiale dei Brooks durante il loro tour italiano, e Chiara Valerio, scrittrice e editor di Nottetempo. Terry è in tour in Sardegna per presentare il suo ultimo libro, “I guardiani di Faerie – Gli oscuri segreti di Shannara”. Ciò è stato reso possibile grazie a Lìberos, la comunità di librai, scrittori e lettori sarda che, tra le tante attività, attraverso l’unione delle forze riesce a portare i libri e gli autori nei piccoli centri, al di fuori dei classici circuiti promozionali. Lìberos mi ha voluto come fotografo del primo festival letterario diffuso, Èntula, ma di questo vi ho già raccontato.

Entula - Festival letterario diffuso - Nulvi - Terry Brooks

Tales from an easter bread – NULVI

La serata a Nulvi è un successo, Chiara non concede nulla e sfodera una serie di domande sul tema della magia, della scienza e della fede che il buon Terry si fa scivolare addosso dall’alto della sua esperienza quarantennale di presentazioni in giro per il mondo. Fu proprio durante una di queste presentazioni che il giovane Terry conobbe Judine, libraia del bookshop dove era ospite. Tre figli, una casa a Seattle, una tra i boschi dell’Oregon, (lo scenario del primo Rambo cinematografico), e una tappa fissa alle Hawaii. E poi tanti viaggi. Judine gli fa anche da segretaria, a lei tocca il delicato compito di tenere la preziosa borsa di Terry mentre lui parla con i suoi lettori. Terry lavora ai suoi libri anche mentre viaggia. Due ore, prima di colazione, ogni giorno, anche duranti questi giorni nuragici. E ciò che scrive se lo porta sempre appresso. La sera, a Nulvi, si va a cena e, complici il vino e il buon cibo, il ghiaccio si rompe definitivamente. Cerco di spiegare a Terry che abbiamo tanti tipi di pane, che vengono lavorati come se fossero gioielli e che a volte li cuociono con all’interno intere uova sode complete di guscio. Terry scrive racconti ambientati in mondi fantastici, ma la sua espressione da’ ad intendere che la realtà delle tradizioni sarde superi il fantasy. A un certo punto, durante la cena, si sente battere dalla cucina. Sono i colpi della mannaia sul tagliere, arriva su porceddu. Terry – propongo – brindiamo a su porceddu. Terry, Judine e tutti i commensali hanno brindato a su porceddu.

Entula - Festival letterario diffuso - Nulvi - Terry Brooks

A beautiful morning – ALGHERO

La mattina seguente porto la comitiva sul lungomare di Alghero. Terry mi fa i complimenti per il parcheggio in retromarcia, anche se in realtà non era dei più stretti. Ci incamminiamo a piedi verso le mura della città catalana, la giornata è stupenda, soleggiata ma comunque fresca per un gradevole venticello. Tanti turisti in giro, i Brooks sembrano bambini al luna park. Hanno fame, scelgono loro stessi il ristorante, alla fine la proprietaria si avvicina per un autografo, ricevendo i complimenti dai due per l’ottimo pranzo. Sulla via del rientro Judine, che ha pasteggiato con un cocktail dal nome improponibile, veste i panni della fotografa, vuole averci nelle foto ricordo. Peccato sia già ora di tornare al Vittorio Emanuele, recuperare i bagagli, scendere a Macomer per un cambio auto e arrivare a Nuoro, base per l’incontro della sera a Galtellì.

Entula - Festival letterario diffuso - Galtell“- Terry Brooks

Into the wild – GALTELLI’

Altri chilometri di Sardegna macinati, tra nuraghi, pecore, vacche, colline, vecchi fienili, e sullo sfondo il massiccio del Gennargentu. Io seguo l’auto di Pier Franco, libraio nuorese, più comoda della mia per i due settantenni. Chiara mi tiene compagnia. Chiara è la persona più profonda e più lucente che abbia mai conosciuto. Ha il potere, o meglio la magia di trasmettere questa lucentezza anche a chi le sta vicino. Se gli angeli esistono e sono tra noi, Chiara è sicuramente una di loro. I miss you, Chiara. All’ingresso di Galtellì, prima di passare sopra un ponticello, troviamo la strada ostruita da un gregge di pecore. Chiara lo fotografa col suo smartphone, i Brooks, nell’altra auto, increduli, fanno altrettanto. True Sardinia. Da quel momento Judine rifiuterà di mangiare carne di pecora o agnello. Arrivati al luogo della presentazione ci accolgono il sindaco, un artista del luogo e una manciata di persone. Poche, molto poche, Terry Brooks, quarantamilionidicopievendute ma soprattutto uomo gentile, affabile e paziente, si meriterebbe ben altro. Ma, in fondo, Èntula serve anche a capire cosa c’è da fare in Sardegna perchè queste situazioni non accadano più. Alla fine della presentazione, per me quasi un incubo a causa dell’illuminazione praticamente inesistente, i galtellinesi ci riscaldano con la loro ospitalità offrendoci un piccolo cumbido fatto di dolci, vino e cortesia. Giornata devastante dal punto di vista della fatica, i due americani sono molto provati. Si torna verso Nuoro, dove ci aspetta la cena, al Portico, ristorante del centro di fronte alla Cattedrale. Arriviamo, stanchi e trafelati, dagli sguardi dei Brooks capisco che loro vorrebbero solo tornare in albergo a dormire. Fortunatamente si compie un’altra magia. La cucina sarda del bravo chef del Portico riesce a ridare energia a tutto il gruppo, si chiacchiera, si ride, si scherza.

Entula - Festival letterario diffuso - Galtell“- Terry Brooks

Sword of Barbagia – NUORO

L’Atene sarda ci regala una mattinata deliziosa. Io che alloggio in un b&b in periferia mi sveglio presto, sistemo le foto della sera prima e le pubblico sulla pagina di Èntula. Poi mi sposto in centro e vado a trovare Pier Franco in libreria. Mi offro di andare a prendere i Brooks che alloggiano all’hotel Sandalia, li riporto in zona centro approfittando del fatto che nel centralissimo Corso Garibaldi si tiene un piccolo mercatino dell’antiquariato. I Brooks gradiscono, Terry rimane colpito dalla vetrina di una coltelleria. Gli spiego quelle poche cose che so delle pattadesi e delle guspinesi, così entra nel negozio. Vuole vedere, toccare con mano. E’ interessato soprattutto ai coltelli d’autore, con la lama incisa o il manico lavorato. Terry Brooks colleziona coltelli. Mi chiede se io sia interessato ad acquistarne uno. No, thanks, ho la pattadese che fu di mio padre e di mio nonno. Osso verde acqua chiaro, base del manico leggermente scheggiata, giusto un decoro minimal nel cappuccio in metallo della giuntura con la lama. Mentre i due letteralmente fanno smontare le vetrine alla commessa io noto in cima a una colonnina una maschera di mamuthone. Legno di pero selvatico, lacci in cuoio, nera come l’ade. Favolosa. La mia mente criminale intravede una grandiosa photo opportunity. Terry Brooks in Sardegna con la maschera di mamuthone. E’ presto fatto. Propongo la foto a Terry che accetta senza batter ciglio. Se prima ero soddisfatto della foto nella cantina, ora sto letteralmente viaggiando nel paradiso dei fotografi. Grazie Terry, Deu ti’ddu paghiri. Terry compra due pattadesi da collezione. Al momento del pagamento la commessa sbianca, perché il POS non ha linea per leggere la carta di credito. Risolverà il problema Elisa, che effettuerà un prelievo con la sua carta al bancomat del Banco di Sardegna. Terry potrà aggiungere due pattadesi d’artista alla sua collezione di coltelli. Prima del pranzo, un altro grandioso pranzo al Portico, stavolta a base di ottimo pesce, ci fermiamo al Tettamanzi, storico caffè letterario di fine ottocento, delizioso esempio di stile liberty, ottime mini pizze che mi hanno spesso sfamato in queste giornate entulesi a Nùgoro. Che sarà pure l’Atene sarda, ma il tempo non conosce altre forme di governo oltre la tirannia. Dopo pranzo bisogna scappare ad Oristano, prendere possesso della camera d’albergo, posare i bagagli e ripartire per la tappa della sera, a Mara, nel Meilogu.

Entula - Festival letterario diffuso - Nuoro - Terry Brooks

Lost in Meilogu – MARA

È il trasferimento più faticoso, arriva al termine di una giornata intensa, e per questo sembra non finire mai. Arriviamo al paese, ma il santuario di Bonu Ighinu, dove si terrà la presentazione, è ancora lontano. Fortunatamente ci viene incontro Sarah Poddighe, dello staff di Lìberos, organizzatrice preziosa e affabile. Ci fa strada attraverso una serie di saliscendi e curve strette, il paesaggio si veste di una calda luce dorata e mitiga non poco il mio umore, provato dal troppo guidare. Al santuario c’è la festa paesana, la presentazione si terrà in una struttura del Comune recentemente ristrutturata. Al termine di questa scendiamo nel sagrato, dove ci stanno preparando il tavolo nella veranda all’aperto di una delle casette del novenario. I Brooks sono stanchissimi, ormai è buio e di fronte al locale dove si svolge la cena è stato allestito il palco per lo spettacolo della festa. Le casse acustiche del service ci sparano addosso le note del soundcheck, non proprio la situazione ideale per una cena di rappresentanza. I Brooks chiedono di stare dentro. Sono affranto per loro, ma ho fiducia nella mia terra, che saprà capovolgere la situazione di imbarazzo in una serata amabile e generosa. Arrivano Michela e Manuel e la situazione torna a volgere per il meglio. Michela Murgia, scrittrice co-fondatrice di Lìberos donna di Sardegna socialmente e politicamente impegnata, e Manuel Persico, web master dei siti ufficiali di Lìberos e Èntula. Si parla di tutto, dai massimi sistemi alla cucina sarda, ma soprattutto si mangia l’ottimo porceddu cucinato da Tore Oppes, gran maestro di schirone. Ce ne andiamo abbastanza presto, ci aspetta la strada del rientro sino ad Oristano. Saluto Chiara, lei non sarà la relatrice dell’ultimo incontro di Bauladu e domani dovrà partire presto. Ciao Chiara, ci rivedremo presto, magari a Roma, ora ancor di più città dell’Angelo.

Entula - Festival letterario diffuso - Mara - Terry Brooks

Through the Kingdom of Eleonora – ORISTANO E IL SINIS

Alloggiamo al Duomo, centralissimo albergo della capitale arborense. Dopo aver pubblicato le foto delle serate precedenti esco in perlustrazione. Alle undici scendono i Brooks e Elisa, li accompagno verso la torre pisana, li porto a fare colazione nello stesso bar che ho sperimentato qualche ora prima. La passeggiata per le vie del centro storico è molto gradevole, ho anche l’occasione di raccontare loro della Sartiglia. Con Terry affronto il problema della attuale situazione politica locale e nazionale; gli racconto della vicenda dei tentativi di trivellazione in Arborea, della strenua difesa dei comitati dei paesi coinvolti, e la finiamo a parlare degli indiani d’America, nelle cui riserve tax-free sono sorti dei Casinò e con essi tutti i problemi di alcolismo, droga e degrado. Propongo di andare al Sinis a vedere il mare. Nonostante la giornata uggiosa rimangono colpiti dallo scenario. Judine rimane affascinata dai bianchissimi gigli selvatici, scatta foto a ripetizione sia ai fiori che a noi, ‘a frori’ dalla stanchezza. Gli unici due ristoranti che conosco della zona non rispondono alle nostre chiamate e, nella ricerca di un posto dove pranzare, Giove pluvio decide per noi. Comincia a piovere e ci infiliamo in uno dei bar-tavola calda sulle dune di San Giovanni. Per dirla all’americana, il posto è molto cheap, io li metto in guardia ma i Brooks sono stanchi e affamati. Il pranzo è soddisfacente, Judine e Terry hanno ordinato pizza, melone e prosciutto e hanno concluso con una coppetta di gelato, di cui Terry va ghiotto. Sono due persone squisite, Terry non perde la calma neanche quando si accorge di aver perso gli occhiali da sole. Torniamo tutti in albergo per un breve riposino. Fortunatamente Bauladu è a un tiro di schioppo da Oristano. La mia auto ringrazia, e io con lei. Mi rimane un unico rimpianto. Non esser riuscito a portarli dentro un nuraghe. Tempo tiranno, stavolta hai vinto tu.

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Terry Brooks Army – BAULADU

Una scena indimenticabile. Non appena Terry Brooks entra nell’arena comunale di Bauladu, scatta un applauso che neanche i gladiatori… Michela Murgia non è ancora arrivata, così per ottimizzare i tempi Terry comincia a firmare i libri dei lettori. Molti sono arrivati dal sud della Sardegna, essendo questa la tappa più comoda. C’è un’intera, nutritissima ambasciata del Bluedivide, la community dei fan di Terry. Per loro si tratta di un evento da ricordare per la vita. Terry questo lo sa bene, e dedica a ogni singolo lettore tutte le attenzioni possibili, anche quando davanti al banchetto si presenta un ragazzo con una trentina di libri da firmare. Non saranno tutte dediche, ma Terry le firma tutte. L’arena è un posto fantastico, ma dal punto di vista fotografico la luce è quasi ingestibile. Quando il dibattito inizia il sole è già tramontato; per fortuna ho già gli scatti che mi servono per raccontare l’atmosfera che si respira. I ragazzi del Bluedivide sono fantastici. Mentre Terry, anche dopo la conclusione della presentazione, riprende a firmare copie dei suoi libri, loro raggiungono Judine, fanno capannello attorno a lei, che apprezza tantissimo e si lascia coinvolgere in una serie di foto che culminerà con il classico scatto di gruppo. Brooks e i suoi fan. Lovely. La cena è in un agriturismo poco distante. Prodotti genuini, freschissimi, cucinati ottimamente. Soprattutto l’agnello, che purtroppo Judine, memore di quel gregge incontrato a Galtellì, eviterà di mangiare. Un’altra serata indimenticabile. Domani si torna a Cagliari.

Entula - Festival letterario diffuso - Bauladu - Terry Brooks

I miss you so much, guys – ELMAS

Si parte alle otto e mezza. Consumiamo una sontuosa colazione in albergo. I Brooks hanno dei bagagli voluminosi, li carico nella mia macchia e loro salgono con Michela, che d’ora in poi chiamerò Nonna Teresa, per motivi che non starò certo a raccontare a voi. Ci salutiamo con un abbraccio e la promessa che accetterò il loro invito a Seattle. A ripensarci ora mi vengono nuovamente i brividi. Ora devo tornare subito con i piedi per terra, mi aspetta un lungo festival da documentare, e le mie foto dovranno essere all’altezza. Stay tuned.

Entula - Festival letterario diffuso - Galtell“- Terry Brooks

©alecani 2013

Written by alecani

2013/09/18 at 00:33

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