Alecani's Blog

Diario di un fotografo

Sul Fotogiornalismo

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Riporto di seguito le mie personali considerazioni sul mondo del fotogiornalismo, a seguito dell’incontro che ho organizzato sul tema nell’ambito dell’attività dell’Associazione Fotografica EffeZERO. Naturalmente l’argomento richiederebbe ben altri approfondimenti. Spero quindi di offrirvi alcuni spunti di riflessione e di confronto. 

Il fotogiornalismo è una pratica fotografica attraverso la quale si producono immagini per l’informazione. Una notizia corredata da un’immagine è più appetibile e svolge meglio il suo compito di informare il maggior numero di lettori possibile. L’attuale mondo dei media ha subìto una vera e propria rivoluzione negli ultimi 15 anni, con l’avvento del digitale e del web. Gli spazi per le news sono illimitati e aprire una pagina web è alla portata di chiunque, tanto che se ne contano a miliardi e offrono contenuti di qualsiasi tipo.

In questa jungla di news e di immagini sia il giornalista autore del testo che il lettore devono destreggiarsi come sinapsi collegate con il maggior numero di fonti possibili. In questo modo le notizie vengono rilanciate alla velocità di un click, rimbalzando da un network all’altro e raggiungendo così in tempo reale un numero spropositato di utenti. Col risultato che, soprattutto per il lettore, in mancanza di una solida base culturale si rischia di non sapere più quale peso dare alle singole news. Ma mentre il linguaggio scritto è facilmente comprensibile e analizzabile, così non è per le immagini delle news, che per il lettore medio hanno un’aura di verità assoluta, derivatagli dallo status di fedele copia della realtà. Ogni fotografo che voglia definirsi tale dovrebbe ben sapere che la fotografia è un’interpretazione, più o meno fedele, da parte dell’autore, di una porzione di realtà, e il suo messaggio può cambiare a seconda del contesto in cui viene inserita. Inoltre, a differenza del testo e del video, è percepita istantaneamente nella sua interezza dal profondo della nostra ratio. Per questo una foto (o una serie di foto) riesce a farci compiere un vero e proprio tuffo in un mondo di emozioni e sensazioni. Questa è la prerogativa delle buone fotografie. Soprattutto nel fotogiornalismo, infatti, vale il discorso del “buono è meglio che bello”. Una fotonews deve raccontare piuttosto che stupire, deve contenere sostanza, anche a discapito dell’estetica o della tecnica: le cartoline sono belle a vedersi ma non comunicano notizie. La storia del fotogiornalismo, a questo proposito, è costellata di foto “sporche”, tecnicamente imperfette, ma che per la forza contenuta riescono a fare di queste mancanze uno dei loro punti di forza. L’esempio più eclatante è la sequenza dello sbarco alleato durante il D-day scattata da Robert Capa. Undici fotogrammi, mossi, slavati, confusi, si salvarono da un disgraziatissimo processo di fotosviluppo che rischiò di cancellare un documento di valore incalcolabile. Quegli undici fotogrammi sono oggi un simbolo, al pari della sabbia insanguinata di quelle spiagge, i cavalli di frigia o i bunker a difesa della costa.

Quanto sopra ci deve far riflettere su quanto difficile sia, al giorno d’oggi, fare fotogiornalismo. Per chi inizia si apre la prospettiva di un’eterna gavetta. Il fotografo dipendente non esiste più; solo eterne collaborazioni temporanee remunerate peggio di un manorba, a causa dello spaventoso numero di immagini che ogni secondo vengono pubblicate on line. I vecchi fotografi analogici passati al digitale, o meglio quelli che sono sopravvissuti, hanno dovuto reinventarsi un mestiere, continuando a lavorare solo grazie alla propria personale rete di conoscenze all’interno delle redazioni che ancora investono nella fotografia autorale. Nella stragrande maggioranza dei casi parliamo di fotografi freelance o collaboratori di agenzie in eterno overshooting, quasi a voler competere con i frames di un video, nella speranza di fornire le immagini adatte a ogni tipo di testata. Perché ormai si fotografa non più secondo il proprio stile o tenendo conto di una progettualità dell’immagine-messaggio, ma secondo la linea editoriale delle testate giornalistiche, o peggio si standardizza l’immagine perché così rimane in archivio, pronta a saltar fuori per ogni occasione. Nella storia del fotogiornalismo le prime immagini sono state inserite nei quotidiani sul finire dell’800 per illustrare gli articoli. Ben presto si capì che anche le sole immagini potevano raccontare una storia, e con l’avvento dei magazines (Life Magazine uscì nel 1936) si ebbe una inversione dei rapporti di forza tra testo e immagine. Con l’avvento della TV, che ha catturato il grande pubblico con un servizio istantaneo di news, spianate su un palinsesto di contenuti basati sul disimpegno mentale, la stampa ha perso il suo ruolo e, soprattutto, i soldi degli inserzionisti pubblicitari, tanto da dover chiudere i battenti. La fotografia è ritornata ad essere semplice illustrazione, mentre il testo, lungi da riaffermarsi come fulcro del messaggio, è diventato l’indicizzante dato, dalla grammatica zoppicante, di un contenitore prodotto non da giornalisti ma da spin-doctors, esperti di visual-marketing e linee editoriali totalmente ideologizzate.  Con il risultato che in fase di assignment si fotografa un combattente palestinese che potrà benissimo corredare un articolo sugli scontri in Libia, si prende un mercenario congolese e lo si appiccica a un servizio sul Corno d’Africa, e se nell’immagine c’è qualche elemento di disturbo, basta un colpo di timbro clone, e via verso i nuovi lidi del Fotostock dell’informazione. E poi, diciamocelo, perché pagare delle foto quando i neopatentati del sensore diicsquattordicimegapixel fanno a spinte per regalare i loro scatti pur di essere pubblicati? Per carità, legittimo da parte loro, è anche questo un modo (forse l’unico modo, attualmente) per iniziare, ma questa corsa al ribasso ha tragicamente abbassato la qualità media (escluse rare eccezioni) delle immagini delle news, sulla stampa come sul web. Il nuovo credo dei capiredattori è il cosiddetto pay-per-click. Contano solo gli accessi, che magicamente si tramutano in  soldi offerti dagli inserzionisti pubblicitari. E la gallery sull’attentato terroristico con decine di morti finisce di fianco a quella sulla soubrette di turno che si mostra come natura l’ha fatta. Cos’è che non va?

Manca la cultura. Generale, ma soprattutto visiva. O meglio, ognuno ha la sua, formatasi sin dalla nascita attraverso l’immagazzinamento delle immagini con le quali siamo cresciuti. Questo continuo flusso visivo (filmati, foto, grafiche) non è mai stato controllato o spiegato. Ebbene, tutto questo è controllabile, così come si fa con gli altri tipi di linguaggio. Molti spiegano questa differenza di gestibilità con la mancanza, da parte del linguaggio visivo in genere e fotografico in particolare, di un “codice”: una grammatica netta delle figure e delle forme, una definizione immediata dei vari piani di lettura: iconico, plastico, simbolico. Questa differenza di lettura (che come abbiamo visto è allo stesso tempo il vantaggio dell’immagine sugli altri media) provoca un uso scorretto (spesso un abuso) del processo di comunicazione visiva, col risultato di saturare di immagini le persone che, al momento di ritrovarsi nelle piazze digitali 2.0, non trovano di meglio che abboffarsi e rigurgitare video e foto (ma anche parole, in tal senso siamo sulla stessa barca) senza il minimo controllo. Negli Stati Uniti la fotografia si insegna nelle high schools e ogni università ha il suo onesto corso di fotogiornalismo. Nel Regno Unito cronisti e fotoreporter sono stati parificati (per importanza, responsabilità, retribuzione e competenze) sin dagli anni trenta. In Italia il fotogiornalista è visto nella sua accezione più negativa, probabilmente a causa dei fasti del cinema neorealista che ha dominato la scena nel momento clou del boom socio-economico, relegando il fotogiornalismo a fenomeno gossipparo o poco più (ma non può essere questo l’unico motivo). E’ un dato di fatto che a differenza di nomi di cineasti quali Fellini, De Sica, Antognoni, Visconti, Rossellini, i grandi della fotografia italiana rimangono sconosciuti ai più. Permangono singoli episodi fortunati dove si studia e si fa fotografia, ma parliamo di costosi master privati e singole micro-comunità; in definitiva roba per addetti ai lavori.

La scuola pubblica dovrebbe assumersi, in Italia, questo compito. Scavando nell’immaginario visivo collettivo come farebbe un archeologo o uno psicologo junghiano, storicizzando questo patrimonio recente ed elaborandolo in modo da poter analizzare il presente, nell’ambito di una storia della comunicazione visiva che non si limiti a un semplice corso di storia dell’arte. Per poi fornire ad ognuno di noi i mezzi per coltivare da sé la propria cultura visiva e scegliere con cognizione di causa gli elementi per una corretta comunicazione visuale. Attualmente le fonti iconografiche sono troppe e in tale situazione d’ignoranza si rischia nella migliore delle ipotesi di contribuire al marasma iconico, nella peggiore di far la fine dell’asino di Buridano (che davanti a vari tipi di cibo, morì di fame perché non si decise a scegliere). L’immagine è un testo. Va letta correttamente per capirne il messaggio originario. Perché dietro a ogni immagine ci dovrebbe essere un fotografo, ma prima ancora un’idea da comunicare. O almeno si spera.

Alessandro Cani

Il link dello slideshow di immagini icone del fotogiornalismo italiano e internazionale che ho utilizzato durante la serata incontro sul fotogiornalismo nella sede dell’Associazione Fotografica EffeZERO.

Per approfondire:

Andrea Pogliano – Le immagini delle notizie. Sociologia del fotogiornalismo – Unicopli, 2009
Neri Fadigati – Il mestiere di vedere – Plus Edizioni, 2009
AA.VV. – A history of photograph – Taschen 2007
Ando Gilardi – Meglio ladro che fotografo – Mondadori, 2007
Uliano Lucas – Il fotogiornalismo in Italia, linee di tendenza – catalogo della mostra
John G. Morris – Get the picture. Una storia personal del fotogiornalismo – Contrasto, 2011
Ferdinando Scianna – Etica e fotogiornalismo – Electa, 2010
Italo Zannier – Fotogiornalismo in Italia oggi – Corbo e Fiore, 1993

Siti consigliati:

http://www.huffingtonpost.com – Quotidiano online che ha recentemente vinto il premio Pulitzer
http://www.onoffpicture.com – Sito di una giovane agenzia fotografica italiana
http://www.boston.com/bigpicture – Photoblog che raccoglie le migliori immagini dell’attualità mondiale
http://www.demotix.com – Piattaforma di self-publishing dedicata al fotoreportage
http://www.worldpressphoto.org – Il sito ufficiale del premio più ambito del fotogiornalismo con archivio delle foto vincitrici
http://www.pulitzer.org – Il sito ufficiale del premio giornalistico più ambito al mondo. Tra le varie sezioni i premi dedicati al fotogiornalismo

Scritto da alecani

2012/05/20 alle 15:07

Zafferano, oro di Sardegna

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Lo zafferano è un gioiello. Da vedere, da indossare, da gustare. E’ un vero gioiello sardo, poiché contiene in sé storia, cultura, bellezza, tradizione e ricchezza. La storia dello zafferano nasce nel Medio Oriente, come tante piante che l’uomo ha addomesticato e si è portato appresso attraverso gli spostamenti di intere popolazioni in tutta l’Eurasia.

Il crocus sativus è una piccola pianta che nasce da un bulbo e il cui fiore violetto racchiude degli stimmi rossi dai quali si estrae la preziosa spezia. La struttura del fiore è delicatissima, e per questo la raccolta, la pulitura e la preparazione vanno fatte manualmente, poiché non esistono macchinari in grado di compiere queste operazioni meccanicamente. Il fiore sboccia solitamente nel mese di ottobre, quando la temperatura comincia ad abbassarsi e le prime piogge bagnano il terreno limoso caratteristico delle pianure alluvionali. La fioritura avviene all’improvviso e i fiori devono essere colti alle prime ore del mattino quando, ancora semichiusi, proteggono meglio gli stimmi. La mattina in cui i campi si colorano di viola, l’intero paese si mobilita per la raccolta. I produttori (spesso aziende a gestione familiare) chiamano a raccolta amici e conoscenti con un tam tam che coinvolge tutta la comunità. I fiori, una volta raccolti in caratteristiche ceste, vengono disposti in grandi tavoli prima che appassiscano. Le donne della comunità li prendono uno per uno e separano gli stimmi, che poi verranno fatti tostare, su un tagliere in legno, davanti al fuoco di un caminetto. Questa operazione si rende necessaria per poi polverizzare gli stami e ottenere il prodotto così come lo conosciamo, pronto per il suo utilizzo nelle ricette culinarie più sopraffine. E’ proprio durante l’operazione di pulitura che il chiacchiericcio prende il sopravvento, i legami si rinsaldano e la comunità si compatta.

Per questo possiamo parlare di una vera e propria cultura dello zafferano, dove le relazioni sociali si intrecciano attorno al ciclo produttivo e questa ciclicità produce una serie di modelli, di gestualità che si codificano all’interno di un vero e proprio cerimoniale. La filiera dello zafferano è fatta principalmente di solidarietà, di supporto reciproco, di gesti comuni e di socialità; valori che sopravanzano di gran lunga quelli commerciali-produttivi e che conservano una carica umana inestimabile.

Anticamente lo zafferano era considerato una pianta officinale. Oggigiorno gli è riconosciuta una proprietà antiossidante, se assunto in piccole dosi. Attualmente lo zafferano viene utilizzato solo come colorante e come spezia aromatica: sughi, condimenti, piatti a base di pasta, carne, verdure, dolci e perfino gelati. Particolarmente indicato per i risotti, si sposa praticamente con qualsiasi ingrediente, sia dolce che salato. Per ottenere un chilogrammo di zafferano servono dai 150.000 ai 200.000 fiori.

Quest’anno ho documentato la raccolta e la pulitura dei fiori di zafferano a San Gavino Monreale, nel cui territorio si produce la metà dello zafferano italiano. Nel paese si svolge la 21esima rassegna regionale dello zafferano, organizzata dall’Associazione Stazione del Medio Campidano. Gli eventi in programma si terranno nei giorni 12, 13, 19 e 20 novembre e comprenderanno incontri, mostre, dimostrazioni e degustazioni. Parteciperò con 3 foto all’esposizione fotografica “Magie allo zafferano”, una selezione di scatti dei fotografi dell’Associazione EFFEZERO di cui faccio parte. Potrete vederli a San Gavino Monreale, in piazza della Resistenza, nei locali dell’Ex area Melas.

Per ulteriori informazioni visitate il sito sangavinomonreale.net, il sito della Stazione Culturale Medio Campidano, organizzatrice della rassegna e la pagina dell’evento su Facebook.

Qua sotto alcuni scatti del reportage, il servizio completo potete vederlo qui: Flickrset ZAFFERANO

Scritto da alecani

2011/11/11 alle 12:33

La fotografia nel XX secolo – Parte prima

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Il XX secolo si apre all’insegna di Alfred Stieglitz, un fotografo americano che codificherà il pittorialismo fondando un vero e proprio movimento: la Photo-secession, nel senso di secessione dall’idea comune di ciò che costituisce una fotografia. Stieglitz intende l’immagine fotografica come arte, a tal fine pubblica una rivista, Camera Work, e apre una galleria, la Gallery 291, attraverso le quali promuoverà, oltre ai fotografi americani che aderiranno al movimento, artisti di altre discipline. Matisse e Picasso saranno presentati al pubblico statunitense proprio attraverso le pagine della rivista di Stieglitz.

Parallelamente alla fotografia d’arte si sviluppa, grazie all’operato dei fotografi che collaborano con quotidiani e riviste, la fotografia documentaria, supporto imprescindibile del giornalismo e delle ricerche sociologiche. Riportare la realtà nei minimi dettagli è il compito di questo genere di immagini. Esse però non rappresentavano il bello, non erano quindi considerate arte, sebbene spesso suscitassero una carica emotiva altrettanto coinvolgente.

I quotidiani pubblicano sempre più spesso articoli-inchiesta su aspetti sociali particolari: tra il 1904 e il 1909 Lewis Hine pubblica dei veri e propri reportages sul lavoro minorile, sul lavoro nelle fabbriche e sugli immigrati che sbarcano a Ellis Island. Va sottolineato che l’obiettivo di questi lavori era la sensibilizzazione del pubblico e, conseguentemente, delle autorità, che si sentivano in questo modo pressate per una soluzione politica del problema. Il National Geographic Magazine conquista lettori e finanziatori grazie alle fotografie sempre più strabilianti che accompagnano gli articoli sulle spedizioni e le scoperte scientifiche.

Nel 1908 Arthur Barret s’introduce nell’aula di un tribunale dove si sta svolgendo un processo contro delle suffragettes. Il fotografo riesce a scattare alcune foto alle imputate attraverso una fotocamera nascosta in un cappello. E’ il primo scoop, seguito nel 1910 dalla pubblicazione nel Word di New York di una foto eccezionale: il momento in cui il sindaco Gaynor subisce un attentato durante una manifestazione pubblica.

Nel 1915 Paul Strand, allievo di Hine e frequentatore della Gallery 291 di Stieglitz, inizia il suo lavoro di documentazione su New York, rompendo con lo stile pittorialista. Lo stesso Stieglitz e altri membri della Photo Secession, come Edward Steichen, abbracceranno il nuovo stile, la straight photography, ossia la fotografia “diretta” nel senso di pura, nitida, chiara, che conserva l’obiettivo secessionista di produrre arte, che cerca di raggiungerlo non più scimmiottando la pittura, ma puntando sulla capacità del mezzo meccanico. La straight avrà maggior successo negli USA, grazie al fatto che negli stati americani la dagherrotipia, tecnica che permetteva una maggior nitidezza, ebbe il sopravvento rispetto alle altre techiche più comunemente usate in Europa.

Gli anni ’20 del novecento sono caratterizzati da un ulteriore progresso della tecnica: le fotocamere commerciali di piccolo formato. Queste permettevano al fotografo ampia libertà, sia in fatto di praticità, per il peso e l’ingombro ridotti, sia in fatto di tecnica di scatto, poiché i soggetti non dovevano più esser messi in posa ma ci si poteva sbizzarrire cogliendo istantanee molto più naturali e, di conseguenza, più “vere”. La Leica 35 mm, accoppiata ai primi flash a bulbo, divenne la fotocamera più utilizzata dai fotogiornalisti. Nel 1928 è sul mercato il primo sistema reflex completo, con obiettivi intercambiabili di diverse aperture da utilizzare a seconda delle inquadrature volute. Il linguaggio fotografico si arricchisce ulteriormente di nuove possibilità offerte dalla tecnica al fotografo che può operare, in fase di costruzione dell’inquadratura, molte più scelte interpretative.

Nel 1925 Man-Ray, poliedrico artista (pittura, scultura e fotografia, spesso mischiate insieme) introduce la fotografa americana Clarence Abbot all’opera di documentazione architettonica su Parigi di Eugene Atget. Lo stile del francese è la base per tutti i progetti di documentazione fotografica che Hine, Abbot e tutta una generazione di fotografi realizzeranno negli States: la costruzione dell’Empire State Building e, più in generale, le grandi opere che faranno di New York la capitale dell’architettura mondiale in quel periodo.

La fotografia raggiunge alla soglia degli anni ’30 la piena maturità tecnica: per i successivi 40 anni (avvento dell’elettronica, fine anni ’70) non si avranno che leggeri miglioramenti del sistema lente-corpo-pellicola, che non andranno a influire più di tanto sulla strumentazione a disposizione del fotografo. D’ora in poi sarà una questione di stile e di tendenze evolutive della percezione visiva del grande pubblico. Le immagini fanno vendere più copie, gli editori confezionano delle testate dove la fotografia è il fulcro della comunicazioni e i testi la supportano: si compie l’inversione nella scala gerarchica tra fotografia e testo.

I dettami della straight photography vengono portati agli estremi da un gruppo di fotografi paesaggisti capeggiato da Ansel Adams. Costui fonda, nel 1932, il gruppo f/64, ossia il valore più alto con il quale ottenere la maggiore nitidezza e profondità di campo con gli obiettivi delle fotocamere di grande formato, utilizzate per ritrarre i grandi scenari naturali americani. Adams sviluppa un flusso di lavoro (dall’inquadratura alla stampa su carta) con il quale ha il pieno controllo dell’immagine, arrivando per assurdo a superare le velleità artistiche del pittorialismo senza usarne gli artifizi, ma spingendo al limite le tecniche di sviluppo e stampa. Ancora oggi le stampe di Ansel Adams hanno un dettaglio e una forza ineguagliabili, tanto da superare le tecniche di sviluppo digitale dei nostri giorni dei software di fotoritocco più avanzati.

Il ruolo predominante della fotografia come tecnica di comunicazione è confermato dal lavoro che la Farm Security Administration (un dipartimento del ministero dell’agricoltura americano) affiderà a un gruppo di 5 fotografi: documentare le condizioni della popolazione dell’America rurale. Siamo in piena recessione, e in questo modo il Presidente Roosevelt, nell’ambito del New Deal, spera di scuotere l’opinione pubblica mostrando le difficili condizioni di vita nei grandi spazi e, allo stesso tempo, documentare le grandi opere predisposte dal governo per uscire dalla crisi.

Nel 1935 la Kodak produce la pellicola a colori Kodachrome. Segnerà la storia della fotografia di piccolo formato sino all’avvento del digitale. Si continuerà comunque a preferire, in molti casi, il bianco e nero, sia perché la resa della pellicola a colori lascia a desiderare, sia perché il colore era, a detta di molti, troppo “impegnativo”.

Nel 1936 esce il primo numero di Life Magazine, un settimanale pensato per la fotografia, con carta e stampe di qualità, fotografi di primissimo piano e un’organizzazione da far invidia ad un esercito. Spuntano subito riviste concorrenti e il fenomeno si allarga un po’ dovunque.

Nel 1937, in vista del centenario della nascita della fotografia, il Museum of Modern Art di New York organizza una grande mostra commemorativa. Nel ’38 è la volta di una personale dedicata a Walker Evans. La Fondazione Guggenhaim, intanto, offre delle borse di studio per progetti fotografici di qualità. Tre anni più tardi il MoMA inaugurerà il dipartimento di fotografia, il primo di un grande museo, che comincerà a raccogliere materiale di ogni genere, andando a costituire un immenso archivio, dal quale nel ’55 Edward Steichen selezionerà oltre 500 foto per la mostra “The Family of Man”, un’incredibile raccolta di immagini etnografiche provenienti dalle culture di tutto il mondo, per dimostrare quanto i vari popoli siano in realtà avvicinati dalle azioni quotidiane più comuni: cucinare, lavorare, dormire, divertirsi.

Il 1937 è un anno cruciale per l’organizzazione delle redazioni giornalistiche: alcuni fotografi documentano il disastro del dirigibile Hindemburg, incendiatosi durante un atterraggio su suolo americano. Da allora ogni evento rilevante viene ‘coperto’ mediaticamente da inviati e fotoreporter.

In Europa il periodo tra le due guerre è segnato dall’avvento, in Germania, del Nazismo. Le riviste e i quotidiani tedeschi sono costretti a piegarsi alla propaganda. Molti fotografi tedeschi e dell’area mitteleuropea fuggono, destinazione Parigi, Londra, ma soprattutto New York, che diventa la capitale mondiale della fotografia. Il conflitto è alle porte, la guerra civile in Spagna ne è un’anticipazione e le testate giornalistiche mondiali fanno le ‘prove generali’. Durante questo evento nasce la figura del fotoreporter di guerra. E su tutti si erge il mito: Robert Capa, prototipo del fotoreporter senza macchia e senza paura, avventuroso quanto Hemingway (col quale spesso si incrocerà, visto che lo scrittore usava girare per l’Europa, durante il secondo conflitto mondiale, con un suo piccolo esercito personale col quale dava la caccia alle storie di guerra ma anche ai nazisti), sempre al centro dell’attenzione, sempre in prima linea. La sua foto del miliziano ucciso cambierà il modo di intendere la guerra. La singola immagine assurge al ruolo di icona, entrando nell’immaginario collettivo come simbolo culturale.

La stampa americana si butta a capofitto nel secondo conflitto mondiale, riviste come Life Magazine si schierano apertamente dalla parte degli interventisti, i fotoreporter vengono assegnati alle varie compagnie che operano nei teatri di guerra della vecchia Europa; si vestono e passano le giornate come i soldati, ma al momento degli scontri sparano con le loro fotocamere. Capa, divenuto ormai il leggendario Capa, è l’unico a riportare le immagini dello sbarco in Normandia dal punto di vista della prima linea. I suoi rullini furono rovinati durante lo sviluppo a Londra; si salvarono solo 11 scatti, che sono entrati nella storia nonostante la scarsa nitidezza. “Leggermente fuori fuoco” fu il giudizio dei redattori di Life una volta che le stampe arrivarono a New York. Il settimanale le pubblicò tutte in uno speciale e Capa, una volta passata la rabbia, utilizzò quel giudizio per intitolare la sua autobiografia.

La singola immagine è anche l’estrema sintesi della notizia: la copertina, l’apertura, il soggetto principale, la storia con la ‘esse’ maiuscola. I fotoreporter cercano questa immagine come il Sacro Graal, ingaggiando vere e proprie sfide con i photo-editors, le nuove figure che all’interno delle redazioni giornalistiche decidono quali immagini pubblicare. I fotografi diventano delle star che producono immagini-icone per gli articoli e gli archivi della stampa mondiale. Le immagini, una volta pubblicate, sono di proprietà della rivista che ha commissionato il servizio. Questo è inaccettabile per un gruppo di fotografi che vuole detenere il controllo delle proprie foto; nel 1947 Cartier-Bresson, Capa, Seymour, Rodger e Vandivert fondano la Magnum Agency, nome ispirato dalla bottiglia di Champagne con la quale brindarono durante l’incontro decisivo, al bar del MoMA di New York. I cinque si proponevano di trovarsi i reportages e venderli alle principali testate detenendo i diritti di sfruttamento e pubblicazione. Fu un avvenimento epocale per i fotogiornalisti, che se da un lato perdevano le comodità di un lavoro sicuro e l’organizzazione delle grandi riviste, dall’altro avevano la libertà nel scegliersi le storie da raccontare e soprattutto il modo in cui raccontarle. Nel 1948 Life Magazine pubblicherà il primo reportage acquistato da Magnum: un lavoro di David ‘Chim’ Seymour sulla condizione dei bambini nell’Europa devastata dalla guerra. L’epoca post-bellica sarà dominata dall’occhio dei fotogiornalisti.

 

 

 

Scritto da alecani

2011/09/24 alle 13:28

Marina Cafè Noir

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Acrobazie, originally uploaded by alecani.

Sarà stata la musica, il bicchiere di vino, la gente… chissà. Di sicuro non pensavo di concludere così la nona edizione del festival letterario Marina Cafè Noir. Quattro giorni, 10 ore al giorno di in giro per la Marina, 100 Giga di scatti, una quarantina di eventi tra concerti, dibattiti, mostre, proiezioni, presentazioni e happenings, un centinaio di ospiti, gli organizzatori, i volontari, i ragazzi del laboratorio fotografico… a quel punto sarei dovuto stramazzare a terra.

E invece no, mi sono ritrovato a saltare come un grillo con le fotocamere in mano tra la gente che ballava al ritmo trascinante della Bandaradàn. Che dire, se non grazie a tutti quelli che mi hanno permesso di vivere uno straordinario evento da protagonista. Ho praticamente finito ora di editare le foto; alcune di queste le avete viste nelle mie pagine Flickr o nei quotidiani locali di questi giorni, altre spero le vedrete nei programmi della prossima edizione. Sono tante le cose che devo raccontarvi, avremo modo di ritornarci più volte. Per ora godetevi un’ampia sintesi di colori, suoni, odori che hanno dato vita a una vera e propria magia.

 



Scritto da alecani

2011/09/22 alle 00:11

Pubblicato in Cagliari, Cultura, News

Manifestanti

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Il corteo in Via Roma, originally uploaded by alecani.

Tremila, diecimila, ventimila persone. Tante bandiere rosse, striscioni, piccoli cartelli con messaggi più o meno diretti. Cori, slogan, fischietti e trombette. Tutti uniti a formare un serpentone che si snoda per le principali arterie della città, manifestando contro l’operato del governo. La crisi non è democratica, di questi tempi, e la democrazia non riesce a contrastarla. Alcune categorie sociali sono più colpite di altre dai provvedimenti della finanziaria d’emergenza che l’Europa ci impone a causa di una prolungata gestione sconsiderata della res pubblica. Si parte da Piazza Garibaldi, quasi un omaggio all’eroe dei due mondi che il rosso lo scelse come divisa per i valorosi che condusse a unire l’Italia. Ora quello stesso rosso riveste il serpentone come una miriade di scaglie infuocate. Il contrasto col grigio cittadino e l’azzurro di una incredibile giornata di settembre colma lo sguardo e l’obiettivo dei fotografi, li invoglia a soffermarsi sul corteo, sull’avanzata dei gruppi raccolti dietro i propri striscioni e li porta a individuare i singoli volti delle persone.

C’è il segretario confederale, il regionale, i quadri, ci sono i politici delle amministrazioni locali, ma rimangono ai margini, o si confondono tra la folla. Davanti, ben visibili, gli striscioni: operai, pubblico impiego, precari della scuola, medici, pensionati, operatori dello spettacolo. Sono loro i protagonisti, sono loro i primattori, perché in gioco è il loro destino. Otto ore di sciopero significano tanti soldini in meno in busta paga a fine mese. Pazienza, oggi patate in verde, domani patate fritte, dopodomani patate bollite. C’è chi è arrivato in bicicletta, per comodità o per risparmiare, chi ha portato i bambini, che sventolano piccole bandiere rosse, o che stanno ancora nel passeggino. Beata innocenza, che ancora cela tutta la fatica di vivere con poche lire. L’evento è importante, le testate locali lo documentano con gran dispiego di mezzi, fioccano le interviste, tanto agli organizzatori che ai partecipanti. La voce squillante del capocorteo urla direttamente nelle orecchie le ragioni dello sciopero, le colpe di chi dovrebbe risolvere la situazione, le richieste di una parte di Italia che vuole continuare a sperare in un futuro che ora gli è negato.

Mi avvicino ai vari gruppi, le mie orecchie captano mezze frasi, discorsi, confessioni. Loro cercano il mio obiettivo, vogliono mostrare tutta la determinazione nell’urlare la rabbia. Io scatto e ringrazio. Spero che le foto contribuiscano a sensibilizzare maggiormente chi non c’è, o che rassicurino chi non poteva esserci ma avrebbe voluto. Perché vedere tante persone è rassicurante: non siamo soli, siamo in tanti a protestare, saremo in tanti a cercare di cambiare la situazione.

Ad un certo punto mi accorgo di aver perso il paraluce del teleobiettivo. Merda, torno sui miei passi cercando per terra. Nel mentre il serpentone continua ad avanzare col suo incedere fluido e efficace. Attimi di panico, poi scorgo un carabiniere che mi indica un pezzo di marciapiede. Lo ringrazio, il paraluce è lì. Mi volto per ringraziarlo ulteriormente, ma è già tornato a scortare la gente. Per proteggerli, e per garantire il loro diritto a manifestare civilmente. Se mai dovesse leggere queste mie parole, lo ringrazio ancora.

L’arrivo è in Piazza del Carmine, dove il sole frusta le schiene dei manifestanti e imperla di gocce di sudore le fronti di chi sul palco testimonia il proprio disagio. I più fortunati trovano rifugio all’ombra delle fronde degli alberi della piazza. Mentre il serpentone si liquefà occupando gli spazi sotto una Madonna con le mani protese verso il basso, quasi a dire “ai miei tempi sono dovuta scappare in Egitto, e anche allora niente Master & Back”, sul palco si danno gli ultimi ritocchi. Lo striscione del sindacato organizzatore viene issato sul traliccio. A un lembo un ragazzo in bermuda e ciabatte, all’altro il segretario nazionale. Chissà che un giorno quel ragazzo non arrivi anch’egli a coprire quel ruolo. E ad aiutare un altro ragazzo a issare un nuovo striscione. Magari, stavolta, per festeggiare la festa nazionale della fine dei problemi.

 

Il flickrset dell’evento a questo link.

Scritto da alecani

2011/09/07 alle 14:29

Mare mediterraneo

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Mare mediterraneo, originally uploaded by alecani.

Andatevi a leggere i libri di Braudel, Matvejevic, Pirenne, Quilici, Cousteau sul Mediterraneo. Scoprirete la storia dei vostri avi. Scoprirete che il Mediterraneo è l’unica vera Nazione che ci contiene tutti, più della religione e degli eserciti. Scoprirete che da Gibilterra a Suez, da Cipro a Minorca, da Venezia a Tripoli, il Mediterraneo bagna da millenni la storia della civiltà occidentale, collegando tutte le terre che lo circondano come un’immensa piazza sulla quale percorrere corsie preferenziali per scambiare prodotti, conoscenze, esperienze, storie. Cagliari non è Sardegna, Venezia non è Italia, Marsiglia non è Francia, Barcellona non è Spagna, Istanbul non è Turchia. Sono tutte città del Mediterraneo, più simili tra loro che non con le città interne delle rispettive nazioni. La vita in queste città scorre legata a doppio filo, come se la cittadinanza mediterranea preservasse un carattere che supera i confini e le storie dei singoli popoli. Il sale, i pesci, gli ulivi, le vigne, il grano, gli agrumi, le melanzane, le zucchine, le cipolle, ma anche i più recenti ortaggi di americana importazione, sposatisi così bene con le tradizioni culinarie, vengono magistralmente trasformati in piatti che sanno di mediterraneo. E, se cucinati con tutto l’amore e il rispetto che si meritano, non potranno che soddisfare qualsiasi palato. Non c’è gara con le altre cucine. Mai nel pianeta un tratto di mare fu così generoso. Lasciatemelo dire: io sono un Mediterraneo, e ne vado fiero.

 

A questo LINK una serie di 220 foto che sprizzano “mediterraneità” da ogni pixel.

Scritto da alecani

2011/08/26 alle 22:43

C’era un Volta, in Sardegna…

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Pablo Volta nasce a Buenos Aires nel 1926, dove il padre Sandro, giornalista toscano, era stato inviato dalla Gazzetta del Popolo di Torino. Nel 1932 la famiglia si trasferisce definitivamente in Italia. Durante la guerra combatte come partigiano al fianco degli alleati; nel 1949 segue il padre, inviato per il Corriere della Sera, durante un reportage nella città di Berlino distrutta dai bombardamenti alleati al termine della Seconda Guerra Mondiale. Nell’occasione ‘baratta’ alcune stecche di sigarette con quella che diventerà la sua prima macchina fotografica, una Contax a telemetro. Pablo aveva già scattato con la fotocamera del padre, ma ora che ne ha una tutta sua può frequentare un corso di fotografia organizzato dall’Esercito Americano.
Tornato in Italia, Pablo lavora come fotoreporter presso alcuni quotidiani, tenta anche l’esperienza a Roma come operatore video, ma la lentezza dei tempi di lavorazione lo riporta alla fotografia. Nella Capitale conosce Franco Pinna, col quale fonda, assieme ad altri fotografi, la Fotografi Associati, sul modello della Magnum Photos; il progetto non avrà fortuna e l’agenzia chiuderà poco dopo per mancanza di fondi. Il reportage etnografico muoveva i primi passi in Italia, proprio con l’amico Franco Pinna e Ernesto De Martino (reportage in Basilicata), così Pablo coglie l’occasione quando a  Roma incontra l’antropologo Franco Cagnetta, che gli illustra il suo lavoro “Inchiesta ad Orgosolo”. All’epoca, siamo nel 1954, il paese viveva giorni di terrore: faide, banditismo e la costante presenza dei carabinieri. Pablo accetta l’invito: sbarca a Olbia , raggiunge Nuoro in pullman, dove esegue i suoi primi scatti “sardi” con la sua Rolleicord 6×6, dopodiché arriva ad Orgosolo, sotto scorta (!) con due lettere di presentazione dello stesso Cagnetta, per il poeta Peppino Marotto e il barbiere del paese, Umberto Goddi, sue guide speciali durante il reportage.
Pablo trascorre a Orgosolo dieci giorni in cui scatta scene di vita quotidiana, aventi come unico denominatore la presenza costante dei carabinieri. Il libro di Cangetta uscirà, per ragioni politiche, solo nel 1963, in Francia. Nel 1956 Pablo ritorna a Orgosolo, dove la situazione sembra essersi stabilizzata e la gente ha ricominciato a onorare le feste comandate come si conviene, con canti e balli di piazza. Ma le descrizioni di Cagnetta vanno oltre le feste comandate, Pablo è affascinaro dai racconti del Carnevale dei mamuthones di Mamoiada. Deve fotografarli, e il 1957 è l’anno giusto. Le foto di Pablo raccontano un mondo austero, un legame ancestrale col mito e una forza senza eguali, senza mai scadere in facili orientalismi coi quali spesso si è voluto raccontare la Sardegna, lasciandola fuori dal tempo e dalla geografia moderna. La Sardegna non è agli antipodi, semmai è vero il contrario. E’ così vero che Pablo, a fine carriera, sceglie l’isola come suo buen retiro: nel 1986 si stabilisce a San Sperate, che aveva conosciuto negli anni’60 quando Pinuccio Sciola cominciava a dipingere i primi murales del futuro paese-museo. Da allora Pablo ha praticamente smesso di fotografare e si è alternato tra San Sperate e Parigi, dove la moglie Ornella cura l’archivio Erik Satìe. Nella sua carriera Pablo ha ritratto personaggi quali Bretòn, Ionesco, Klossowsky, Ungaretti, Chagall, Dalì, Duchamp, Le Corbusier, Man Ray, Mirò. Alcuni di questi ritratti sono stati esposti in una mostra dal titolo “Ritratti distratti”, nel senso di ‘non studiati’, ma non per questo improvvisati, nel pieno rispetto dei dettami bressoniani dell’infinito istante. Pablo ha smesso di fotografare proprio come Bresson, ma non ha resistito sino alla fine: nel 2005 scopre la fotografia digitale, perché “è come fare foto con lo sguardo, è immediata e mi ha affascinato”, ma soprattutto scopre che la gente ha nuovamente voglia di organizzare, con rinnovata passione e impegno, le feste più genuine, con lo stesso spirito che conobbe nella Sardegna di mezzo secolo fa’. E se ciò è avvenuto, lo dobbiamo anche a lui e alle sue foto-documento. Naturalmente in bianco e nero, perché il colore non gli è mai piaciuto molto.

Pablo Volta era malato da tempo. Si è spento ieri, 28 luglio 2011.

C'era un Volta, in Sardegna

Scritto da alecani

2011/07/29 alle 15:47

Pardule

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Pardula appena sfornata, originally uploaded by alecani.

Le pardule sono dolci tipici sardi a base di formaggio fresco di pecora. A seconda della zona possono trovarsi alcune varianti, ma andiamo per ordine. Nel passato erano tipici dolci pasquali; col tempo la loro preparazione fu allargata a tutte le feste comandate. In Gallura sono chiamate Casadinas, e si usa perlopiù il formaggio pecorino fresco. La base è più larga e l’impasto viene schiacciato e guarnito con chicchi di uva passa. Nell’Iglesiente, invece, non c’è una base tonda ma una striscia di pasta che viene ripiegata a U, riempita e arrotolata su se stessa dando modo all’impasto di crescere verso l’alto.
Si fa un impasto con farina, ricotta o formaggio di pecora fresco, uova, zafferano, zucchero, buccia di arancio o limone; si ricavano delle palline di circa 4 centimetri di diametro, le si bagnano nel rosso d’uovo e si adagiano sopra un tondo di pasta semplice (farina, acqua, strutto) i cui bordi verranno poi ripiegati verso l’alto, in modo da contenere l’impasto. Si inforna a 170 gradi, sino a quando l’impasto, dopo esser cresciuto e aver assunto la caratteristica forma di cupola, non assume un bel colore dorato. A fine cottura, poi, a seconda dei gusti possono essere guarnite con zucchero a velo, miele o praline colorate. Le pardule vanno consumate entro 4 o 5 giorni dalla cottura, oppure possono essere surgelate, in modo da averne sempre una scorta. Ma non saranno mai buone come quando appena sfornate.
La sequenza della preparazione nel flickrset Pardulas.

Scritto da alecani

2011/07/26 alle 16:02

Momenti irripetibili

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Blue sky, blue eyes, originally uploaded by alecani.

Il grande giorno è arrivato. Una vita a studiare, tra banchi di scuola e tavoli di casa colmi di libri, appunti e dispense. Post-it e evidenziatori di tutti i colori, lo stress di un esame che salta per cause ignote, le mille rinunce ai momenti di svago. E le prime esperienze sul campo, gli esami, i colleghi, i professori… oggi si colgono i primi frutti di tutte le fatiche, davanti alle persone che hanno creduto in te sin dal primo giorno di scuola. E che probabilmente sono anche più felici di te.
Prima di questa mattinata pensavo che le menzioni speciali e il bacio accademico fossero “roba da film”. Esistono davvero. E ho scoperto che quando succede, i primi ad emozionarsi sono proprio i professori più anziani, i decani della facoltà.
Dani si è laureata col massimo dei massimi. Con un paragone calcistico ha vinto scudetto, coppa, Champions, mondiale, Scarpa e Pallone d’Oro.
Lunedì si ricomincia per la specializzazione, ma ora si festeggia alla grande. E quando tutte queste emozioni ti avvolgono, anche le foto hanno una marcia in più.

Scritto da alecani

2011/07/21 alle 09:41

Inizia il countdown

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Inizia il countdown, originally uploaded by alecani.

Dal 15 al 18 settembre torna l’ottava edizione di Marina Cafè Noir, il festival di letterature applicate organizzato dal Chourmo nel quartiere storico della Marina. Durante la presentazione alla stampa, avvenuta nei locali del Caffè Savoia, la nuova edizione è stata introdotta da un filmato con il quale si è tentato di descrivere il festival. Perchè a parole è difficile rendere l’idea dell’atmosfera che si respira, tra readings, concerti, mostre e quant’altro compone il catellone. Chourmo ha saputo creare un equilibrato mix di passione, professionalità e pazzia che ha coinvolto in primis i protagonisti chiamati a calcare i vari palchi sparsi per il quartiere. Artisti, scrittori, giornalisti, musicisti, attori, testimoni di eventi, hanno tutti sperimentato un’ospitalità e una convivialità senza pari, che li porterà, tramite il passaparola, a portare altri personaggi. Un altro punto di forza del festival è la commistione dei vari generi. Non si parla mai solo di un argomento e basta, lo si fa su un tappeto musicale, o all’interno di un’esposizione, in un continuo susseguirsi di happenings irripetibili. E se il quartiere Marina ha svoltato, il merito è anche del Chourmo.

Il sito ufficiale:
www.marinacafenoir.it

Il mio flickrset della scorsa edizione:
Marina Cafè Noir 2011 by alecani

Il filmato introduttivo della conferenza stampa:
MCN 2011 video

Scritto da alecani

2011/06/24 alle 08:10

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